È domenica pomeriggio, ma la scala che porta al primo piano dell’ala Ovest del blocco Dea del Niguarda sembra quella di un liceo in un venerdì di fine anno scolastico, seminata di ragazzine e ragazzini in chiacchiere fitte e amichevoli sfottò, senza fare gran differenza tra chi sta in pantaloncini e canotta e chi porta cappellino e guaine a proteggere le mani e le braccia. Sono gli amici di Francesca, che compie diciassette anni al Niguarda dov’è ricoverata dal 3 gennaio perché è sopravvissuta all’incendio di Crans-Montana.
Aspettano il loro turno per entrare a gruppetti, bardati di camici e copriscarpe, cuffie e mascherina, a farle gli auguri. Le hanno fatto una sorpresa sotto la finestra, striscioni di “Buon compleanno“ e palloncini, un “tanti auguri“ cantato in videochiamata perché non si può aprire il vetro del Centro ustioni dietro il quale sorrideva con gli occhi sopra la mascherina, perché "qualcosa subodorava - racconta la sua mamma Marilisa –, ma non si aspettava una festa così. Si aspettava i suoi amici più cari, sono venute molte più persone". Il regalo più bello, per lei che "non è troppo interessata alle cose materiali, il massimo è sempre stato uscire con gli amici", tra mazzi di fiori, un paio di pantaloni, un paio di scarpe, la collanina che il signore che divide con lei la stanza ha commissionato alla moglie, molti braccialetti: li portava in serie e li ha persi tutti in quel Capodanno atroce in cui s’è trovata a rimpiangere d’aver perso dieci secondi per recuperare il giubbotto, racconta il suo papà Stefano. Perché in tasca aveva il telefono: "Voleva chiamarmi perché venissi a salvarla".











