Che Emmanuel Macron sappia cosa significhi ricevere con fasto e opulenza, è acclarato. Per il suo G7 a Evian-les-Bains, il presidente francese ha scelto infatti il leggendario Hotel Royal, l’albergo dei sovrani incastonato tra le Alpi e il Lago Lemano. Di più, conoscendone il debole per le accoglienze regali, il capo dell’Eliseo ha voluto anche rendere un doppio omaggio a Donald Trump, che ieri ha compiuto 80 anni, invitandolo mercoledì a cena nella Reggia di Versailles, la stessa dove Benjamin Franklin, 250 anni fa, rendeva visita a Luigi XVI per sollecitare l’appoggio finanziario e militare del Re di Francia alla Rivoluzione americana. Ma per quanti sforzi faccia Macron per rendere spettacolare e mediatico l’evento, quello che si apre oggi nella storica località termale in Alta Savoia è solo un pallido simulacro dei G7 d’antan, un vertice di rilevanza traballante che sembra ormai tenuto in piedi unicamente dalla forza dell’abitudine. Né cambia molto il fatto che il presidente francese, come altri che l’hanno preceduto alla guida del G7, abbia ampliato la lista degli osservatori, invitando anche leader di Paesi emergenti, dall’India al Brasile, dalle monarchie del Golfo al Kenya, alla Corea del Sud, nel tentativo di dare maggior rappresentatività e autorevolezza al forum.
Tutti al G7 (e poi?)
Il G7 a Versailles, l'ultimo salotto dell'Occidente. Molto cerimoniale, sempre meno influenza. Macron tra fasto e opulenza, ma è un simulacro dei summit di un tempo












