L’accordo è vicino. Forse, vicinissimo. Ieri Donald Trump ha fatto un ulteriore passo in avanti dicendo che la firma sarebbe arrivata già oggi. Teheran ha provato a smorzare le aspettative del presidente degli Stati Uniti. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, aveva affermato che oggi non sarebbe stato siglato alcun patto, tantomeno con un summit a Ginevra o a Islamabad. Nella capitale pakistana, però, è atteso il capo della diplomazia della Repubblica islamica, Abbas Araghchi. Ed è stato proprio il ministro degli Esteri del Pakistan, Mohammad Ishaq Dar, ad avere confermato che per oggi è prevista la cerimonia in videoconferenza della firma elettronica del patto.

La cautela Le divergenze, quindi, resistono. Sulla tempistica, Trump sembra avere voluto incalzare gli iraniani anche per una questione di agenda. C’è chi sospetta che abbia voluto accelerare per far coincidere la data della firma con quella del suo compleanno. Non è da escludere che l’obiettivo del tycoon sia anche quello di arrivare al G7 di Evian con la questione-Iran archiviata e una (parziale) vittoria diplomatica. Soprattutto perché in Francia dovrà parlare dell’Ucraina ma anche di come sminare Hormuz insieme ai bistrattati partner internazionali. Sul fronte iraniano, la questione del “timing” è sembrata sospetta a molti. I Pasdaran hanno parlato di una «insolita insistenza» e di «un test» per la squadra negoziale. Non è un mistero che il processo decisionale a Teheran sia particolarmente lento, complici le condizioni misteriose della Guida suprema, Mojtaba Khamenei. La decisione di proclamare i funerali del padre ed ex leader, Ali, dal 4 al 9 luglio, è stato però interpretato come una conferma sull’accordo ormai imminente. Ma i dubbi sul momento dell’intesa si aggiungono a quelli riguardo al contenuto. E tra la cautela generale della comunità internazionale, non è un caso che il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi abbia incontrato a Teheran gli ambasciatori di Russia e Cina. Proprio per rendere conto ai maggiori alleati della Repubblica islamica degli ultimi sviluppi. Quello che dovrebbe essere firmato oggi non è l’accordo di pace, ma il memorandum basato su quanto discusso a Islamabad e nei negoziati successivi. Un documento comune c’è, anche se non è ancora stato fatto uscire alcun atto ufficiali. Ma Iran e Stati Uniti sembrano avere letture opposte su molti temi. Per Trump, l’accordo prevede da subito la riapertura dello Stretto di Hormuz. Ma già su questo punto, Baghaei ha dichiarato che si «continuerà a riscuotere i pagamenti per i servizi forniti nello stretto». Mentre Araghchi ha detto che ci sarà dichiarazione congiunta con l’Oman per il controllo di quel passaggio.La bozza Nella bozza di 14 punti fatta circolare da Teheran, si prevede inoltre lo sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero e il ritiro delle forze Usa dai confini della Repubblica islamica. Tema, questo, su cui Trump non ha dato alcuna indicazione, mentre la sua amministrazione ha accennato all’eventuale uso degli asset sbloccati per riparare i danni di guerra alle monarchie del Golfo. Gli iraniani parlano poi di un fondo da 300 miliardi per la ricostruzione. Ma anche su questo The Donald ha preferito parlare di «fake news». Mentre sullo stop alle ostilità su tutti i fronti (cosa che per l’Iran include il Libano), l’idea è che il cessate il fuoco possa essere effettivo tra Teheran e Washington, ma resta il dubbio di come si comporterà Israele. Soprattutto perché il premier Benjamin Netanyahu non ha alcuna intenzione di fermare le operazioni contro Hezbollah nel sud del Paese dei cedri. Resta invece da risolvere il nodo nucleare, consegnato alla seconda fase dell’accordo con una finestra temporale di due mesi per siglare l’intesa definitiva. Trump anche ieri è apparso sicuro. Accusando l’ex presidente Barack Obama per il patto del 2015, The Donald ha scritto sul social Truth che il suo accordo con l’Iran «è l’esatto opposto: un muro contro l’arma nucleare», che Teheran «non vuole più». Il tycoon ha anche parlato di quella che lui chiama «polvere nucleare», cioè l’uranio arricchito che Teheran ancora possiede nei suoi depositi, spesso sepolti sotto il cemento dei siti bombardati. «Al momento opportuno, quando tutto sarà calmo, entreremo e recupereremo la polvere nucleare», assicurando che sarà diluito e distrutto in Iran e negli Stati Uniti. Ma questo scenario non appare così plausibile. Secondo la Cnn, che cita fonti dell’intelligence Usa, l'Iran ha reso estremamente difficile accedere alle sue scorte di uranio arricchito. Ha minato gli ingressi dei tunnel, molti sono stati fatti crollare. Una parte sarebbe nascosta in impianti ormai rasi al suolo o tuttora segreti. E per Trump potrebbe essere impossibile dare seguito alla sua promessa.