La battuta, come spesso accade quando a pronunciarla è Gianni Infantino, ha un doppio fondo. «Godiamoci questo Mondiale a 48 squadre», ha detto venerdì scorso il presidente della Fifa in un’intervista a una tv brasiliana. Aggiungendo: «Abbiamo già valutato l’ipotesi di ampliare il torneo a 64 squadre per coinvolgere ancora di più il mondo intero. La questione è stata sottoposta al Consiglio Fifa. Con 64, magari l’Italia potrebbe qualificarsi... e potremmo anche arrivare a 208 per essere sicuri della sua partecipazione». Sorrisi, qualche risata di circostanza, e il gelo calato nei palazzi della politica italiana.
La reazione della Figc non si è fatta attendere. Nessuna replica diretta, piuttosto il richiamo al valore sportivo della Nazionale e al lavoro in corso per riportarla tra le grandi del calcio internazionale. Più esplicito è stato il ministro per lo Sport e i giovani Andrea Abodi, che ha invitato Infantino a «rispettare la storia e la dignità del calcio italiano».
Dietro l’ironia del presidente della Fifa, che da Zurigo governa il calcio globale da un decennio, tuttavia, si intravede una trama più complessa, fatta di equilibri geopolitici, alleanze e frizioni personali. Per comprendere fino in fondo il senso — e forse il bersaglio — della sua sortita, bisogna semmai tornare a quella frattura mai completamente ricomposta, al di là delle apparenze, con il presidente della Figc Gabriele Gravina. Una frattura che a sua volta affonda le radici nella contrapposizione crescente tra Fifa e Uefa dovuta a questioni politiche e regolatorie su governance, calendari e competizioni, deflagrata con il caso “Superlega”. Il progetto di una nuova competizione tra i grandi club europei emerso nella primavera del 2021 che rischiava di togliere alla Uefa il controllo economico sulla principale manifestazione continentale, nonchè primaria fonte di ricavi, e che avrebbe avuto, secondo diverse ricostruzioni, quanto meno tra gli ispiratori, lo stesso Infantino.










