Il futuro delle coste del pianeta è sotto minaccia costante: non è solo il livello del mare che sale, ma c’è da considerare anche lo sprofondamento del suolo, quel fenomeno chiamato subsidenza. Ma qual è la sua entità reale? Quali sono le coste più a rischio? I dati satellitari ci stanno aiutando a rispondere a queste e altre domande, o almeno così credevamo. Già, perché adesso uno studio, pubblicato sulla rivista Earth Observation e condotto da ricercatori della Tulane University (New Orleans, Usa) e della University of Texas (Austin, Usa), sta sollevando dubbi sull’accuratezza della tecnologia radar utilizzata per i monitoraggi dello sprofondamento delle zone costiere: mappe dello stesso territorio messe a confronto non arrivano alle medesime conclusioni, e non si capisce quali aree stiano davvero affondando e a che velocità.Suolo che sprofondaLa subsidenza è un fenomeno che può avere cause sia naturali che antropiche: lo sprofondamento è legato da una parte al lento assestamento delle rocce profonde e alla compattazione dei sedimenti, dall’altra ad attività umane come l’estrazione di petrolio, gas o acqua dal sottosuolo. Storicamente i rilevamenti venivano effettuati da terra, ma negli ultimi anni la tecnologia radar satellitare è diventata lo strumento principale per mappare aree molto vaste in poco tempo. Un indubbio vantaggio, ma qualcosa non torna.Le contraddizioni del radarQuando Guandong Li e i suoi colleghi, infatti, hanno messo a confronto due analisi satellitari del territorio costiero del Golfo del Messico realizzate con l’interferometria radar ad apertura sintetica (Insar, una tecnologia che funziona inviando impulsi radar verso la Terra e misurando come il segnale rimbalza indietro al satellite, per rilevare cambiamenti anche millimetrici), hanno notato come l’interpretazione dei dati risultasse complessa e soggetta a errori significativi. Il problema - sostengono gli autori - è che i risultati mostrano una correlazione spaziale quasi nulla, tranne che nelle zone urbane. In pratica, dove uno studio indicava uno sprofondamento rilevante, l’altro poteva indicare stabilità o cambiamenti minimi, creando una confusione che rende difficile per i decisori politici intervenire in modo efficace.L’ostacolo della vegetazioneLe discrepanze tra le mappe sono molto evidenti in particolare nelle aree ricche di vegetazione, come le zone umide e le foreste costiere. Il motivo, secondo gli esperti, è che gli attuali satelliti radar (come quelli della flotta europea Sentinel-1) utilizzano lunghezze d'onda corte che faticano a penetrare attraverso gli alberi e gli arbusti per raggiungere il terreno sottostante. In altre parole, la crescita delle piante e i cambiamenti stagionali creano un "rumore" che confonde il segnale radar. Per questo nelle paludi della Louisiana o del Texas i dati possono risultare falsati o incompleti, portando a stime dello sprofondamento che differiscono anche di oltre 3 millimetri all'anno tra un'analisi e l'altra. Di contro, nelle città gli edifici forniscono riflessi stabili e affidabili, pertanto le mappe risultano coerenti tra loro.Ritorno ai sensori a terraPer capire quale delle due mappe satellitari fosse più vicina alla realtà, i ricercatori hanno fatto ricorso al Sistema satellitare globale di navigazione (Global navigation satellite system, Gnss), che include tecnologie come il Gps. A differenza dei satelliti radar che osservano dall'alto, le stazioni Gnss sono ancorate a terra e forniscono misurazioni precise dei movimenti verticali, anche se in punti specifici. Analizzando i dati di 41 stazioni, i ricercatori hanno scoperto che la velocità di sprofondamento naturale della regione del Golfo del Messico è di circa 1,2 millimetri all'anno. A sorpresa, nessuno dei due modelli satellitari analizzati è stato in grado di riprodurre con precisione questo dato, suggerendo che la tecnologia radar non sia ancora pronta per essere l'unica fonte di osservazione per chi gestisce il territorio.L'eredità dell'era glacialeUn altro aspetto emerso dalla ricerca riguarda il contributo dell’assestamento isostatico glaciale allo sprofondamento del suolo. Si tratta di un processo per cui la Terra sta ancora reagendo alla scomparsa delle enormi calotte glaciali che coprivano il Nord America migliaia di anni fa. Il peso del ghiaccio, infatti, aveva spinto verso l'alto i bordi del continente, inclusa la zona del Golfo del Messico, che da quando il ghiaccio non c'è più stanno lentamente sprofondando. Lo studio di Li e colleghi ha rivelato che questo fenomeno contribuisce allo sprofondamento del suolo in misura doppia rispetto a quanto si credesse in precedenza. Questa osservazione implica che le proiezioni a lungo termine su subsidenza e innalzamento del livello del mare per città come New Orleans potrebbero aver sottovalutato il pericolo reale.Verso mappe più affidabiliDato che la precisione con cui comprendiamo quanto velocemente il terreno stia cedendo rispetto all'innalzamento del livello del mare è di fondamentale importanza per la pianificazione di strategie volte alla sicurezza di milioni di persone che vivono lungo i litorali, aver identificato le criticità delle attuali tecnologie deve spingere ad aumentare gli sforzi per l’implementazione di nuovi sistemi. Qualche candidato c’è già, per esempio un nuovo satellite sviluppato dalla collaborazione tra la Nasa e l'agenzia spaziale indiana Isro, che utilizzerà lunghezze d'onda più lunghe, capaci di "vedere" attraverso la fitta vegetazione. Nel frattempo, suggeriscono gli autori, sarebbe opportuno sviluppare standard internazionali più rigorosi per l'elaborazione dei dati e continuare a integrare le osservazioni satellitari con le misurazioni effettuate direttamente sul campo per garantire che le comunità costiere possano prepararsi adeguatamente alle sfide del clima che cambia.
Ma quali coste del nostro pianeta stanno davvero sprofondando? Il problema è che non lo abbiamo ancora capito
I radar satellitari falliscono nel mappare il cedimento del suolo: la vegetazione falsa i dati, minacciando i piani di sicurezza









