Il coro «boia chi molla è il grido di battaglia». Le braccia tese. «Duce! Duce!» dopo l’inno di Mameli. «Dove sono gli antifascisti?». «Chi non salta comunista è». Vecchio, ma fa sempre ridere. Lungo via Cola di Rienzo, la strada dello shopping del quartiere Prati a Roma, il corteo di Remigrazione e riconquista si è mosso per poche centinaia di metri nel vuoto del sabato pomeriggio. Non una macchina in strada, nemmeno tanti curiosi. I negozi sono sbarrati. Dalle finestre si affaccia solo un’anziana signora. Le chiedono di fare il saluto romano. Lo fa. Prende applausi. «Siamo ventimila», dirà alla fine in piazza Risorgimento Luca Marsella di Casapound, il presidente del comitato promotore della famigerata legge sulla deportazione dei migranti. Dalla questura non danno numeri, ma è lecito sostenere che le presenze complessive siano state al massimo un quarto di quelle spacciate dagli organizzatori.
VARIEGATE le presenze. Ci sono i ragazzi con il classico look delle magliette brandizzate con slogan neofascisti e pantaloni mimetici, ma anche famiglie con bambini al seguito. Tante bandiere tricolori. La differenza la fanno le aste delle bandiere: ci sono quelle sottili dei sinceramente convinti della necessità di difendere il suolo patrio e ci sono quelle grosse e pesanti di chi è più abituato a certe piazze. Perché non si sa mai. I duemila agenti schierati controllano i gruppetti all’apparenza più minacciosi e bloccano gli accessi alle vie laterali. Sempre perché non si sa mai. Ma poi accompagnano la folla senza dare troppo nell’occhio. E infatti non succede proprio niente.










