Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiLe cifre del nostro inverno demografico sono spietate. Sono universalmente note così come lo è il catalogo dei rimedi suggeriti: tutti quanti attengono alla struttura del mercato del lavoro e del Welfare. Ma non annunciano nessuna primavera. Ciò, perché le cause dell’inverno non sono economico-sociali, ma spirituali. Nella nostra civiltà occidentale l’autorealizzazione individuale è diventata principio-motore e fine supremo dell’esistenza. Uno o più figli possono disturbare questo trend personale. Un figlio è, sì, carne della tua carne, ma anche uno sconosciuto che irrompe sul tuo sentiero. Benché stia aumentando il numero dei mammi, il peso di quella irruzione grava principalmente sulle mamme.
Passare da una coppia, libera di determinare quotidianamente i propri tempi, di viaggiare, di partire con un last-minute, a famiglia, vincolata alla presenza o al pianto di un neonato non è quasi mai un trauma felice. Il neonato che arriva limita fatalmente le possibilità di autorealizzazione dei genitori. Perché, allora, dovremmo fare figli? Perché generarli e farli crescere è un gesto individuale che porta “la responsabilità di specie”. Chiama in causa la speranza collettiva della specie. Nella “Spe Salvi” del 2007 Benedetto XV scriveva che “l’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre”. L’Oltre può essere inteso, con Papa Ratzinger, come “l’eterno” che “dilata l’uomo al di là del momento presente”, come una trascendenza metafisica. Ma esiste qui e ora anche un “Oltre” storico, di cui noi siamo solo il segmento presente. E’ la trascendenza storica delle generazioni o delle stirpi – direbbe Ada Negri - per la quale "una persona è una persona attraverso le altre persone".








