La linea C della metropolitana, che dai margini di Roma est porta al Colosseo, è insolitamente piena per essere un caldissimo sabato all’ora della canicola. La folla è fatta di gente che arriva al corteo contro la remigrazione. Questi vagoni pieni di gente smentiscono le diagnosi di politici e sobillatori xenofobi, che non conoscono davvero i quartieri di periferia e descrivono queste zone come in preda a orde di maranza e/o popolate da italiani insofferenti agli stranieri. Del resto, c’è voluta la ristrettezza di vedute di uno youtuber sovranista, tale Simone Carabella, per pensare che bastasse sguainare un panino con la porchetta (sic) per scandalizzare i musulmani in festa a Centocelle, la scorsa settimana. È accaduto invece che l’agitatore con smartofono è stato accolto da fragorose risate e pacche sulle spalle.

QUESTO ANTEFATTO serve a capire da dove arrivano le oltre decine di migliaia di persone che ieri hanno attraversato il centro di Roma, surclassando in termini numerici, l’adunata nazionale dei remigrazionisti. Arrivano esattamente dalle periferie, dai quartieri che ogni giorno vengono descritti in chiave apocalittica «per scatenare la guerra dei penultimi contro gli ultimi». Di fronte alla propaganda che descrive gli antirazzisti come dissociati dalla realtà o magari prezzolati di qualche complotto globalista, la piazza romana, giovane, fitta e combattiva, restituisce esattamente un’altra idea di città. E così li incontri, quelli del Tufello, con bandierone d’ordinanza, o quelli di Centocelle, reduci dalle ore piccole del venerdì sera ma impegnati a resistere «metro dopo metro» agli xenofobi. Oppure gli occupanti di Acrobax, a Marconi, che difendono la Roma che accoglie.