TREVISO - Battaglia doveva essere, e battaglia è stata. A spuntarla, per titoli e per anzianità, è stata Daniela Ronzani, dopo che il Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura per tre volte di fila si è espresso (con 4 astensioni) attribuendo 14 voti a testa alla giudice di Camposampiero, 62 anni, ex numero uno della prima sezione civile del tribunale di Treviso, e ad Andrea Carli, 57enne padovano di nascita nominato presidente del palazzo di giustizia di via Verdi lo scorso febbraio, poi rimosso e infine lasciato al suo posto come facente funzione. Almeno fino a ieri, e di fatto anche per il prossimo mese fino a quando la giudice Ronzani prenderà ufficialmente possesso come nuovo presidente del tribunale di Treviso. A pesare, a parità di preferenze dopo i tre turni di voto (a cui si è arrivati dopo che la commissione aveva dato 3 voti a testa ai due candidati a luglio, ndr), è stato infatti il curriculum della magistrata. Dopo quasi un anno e mezzo di attesa, e di ricorsi, si chiude dunque così la corsa alla successione di Antonello Maria Fabbro, andato in pensione il 2 maggio dello scorso anno e sostituito pro tempore dal collega Bruno Casciarri.
La successione Quello della nomina del presidente del tribunale di Treviso era diventato un vero e proprio caso a livello nazionale, con tanto di ricorso al Tar di una terza candidata, la giudice Monica Velletti (presidente di sezione civile al tribunale di Terni) per discriminazione di genere (l’udienza davanti ai giudici del tribunale amministrativo regionale del Lazio è fissata il prossimo 26 novembre). Ricorso che seguiva quello presentato, sempre al Tar del Lazio, da Daniela Ronzani, inizialmente esclusa dalla corsa per la presidenza del tribunale di Treviso. Ma andiamo con ordine. Andrea Carli, esperto in diritto di famiglia e all’epoca presidente di sezione al tribunale di Biella, lo scorso febbraio era stato votato all’unanimità come successore di Fabbro alla guida del tribunale di Treviso. Aevva preso possesso il 15 aprile, peraltro dopo aver già trovato casa a Treviso. In piedi, però, c’era già il ricorso davanti al Tar del Lazio presentato il 15 gennaio dalla giudice Ronzani, la cui candidatura era stata esclusa perché la sua relazione era risultata più lunga di una decina di pagine rispetto a quanto previsto dall’organo di autogoverno della Magistratura. Assistita dagli avvocati Filippo Lattanzi e Claudia Ciccolo, Ronzani nel ricorso chiedeva in pratica a tribunale amministrativo regionale di cestinare non solo l’atto relativo al prescelto Carli (che non si era costituito in giudizio), bensì pure i verbali delle sedute in cui il Csm (rappresentato dall’Avvocatura generale dello Stato) aveva trattato la pratica in questione. La tesi della difesa, in estrema sintesi, era che l’autocandidatura di Ronzani, benché più lunga di quel fac-simile, dovesse essere ammessa ugualmente, anche in forza di precedenti simili. Il Csm, forse per prevenire una possibile decisione del Tar che avrebbe dato ragione alla giudice Ronzani, il 3 maggio aveva deciso di muoversi prima, annullando in autotutela la nomina di Andrea Carli, lasciandolo però al suo posto come facente funzione fino alla nuova decisione del Plenum di ieri.L’altro ricorso Nel frattempo sulla nomina del presidente del tribunale di Treviso è piovuto un altro ricorso al Tar. Stavolta presentato dalla giudice Monica Velletti per discriminazione di genere. Assistita dalle avvocate Maria Antonia Pili e Carmela Cappello, lamenta infatti la disparità di trattamento che le è stato riservato nel corso della selezione per l’assegnazione dell’incarico: l’udienza, come detto, è fissata il 26 novembre prossimo. «È la prima volta - avevano affermato le avvocate Pili e Cappello, che ieri si sono dette contente della nomina di Daniela Ronzani a presidente del tribunale di Treviso - che il tema della disparità di genere viene sollevato davanti al giudice amministrativo e siamo consapevoli che si tratta di una scelta “dirompente”, ma l’iniziativa prende le mosse da dati statistici avvilenti». Spulciando nei report elaborati dal Csm, infatti, nella consiliatura 2023-2026 a fronte del conferimento di 197 incarichi direttivi solo 58 sono stati assegnati a donne contro i 139 affidati a uomini, una percentuale del 29% contro il 71%. Altro dato: negli ultimi 7 anni l’incremento del numero di donne negli uffici direttivi è stato del 2,78%, una media annua dello 0,40%. Facendo due conti, la parità di genere si otterrebbe, a dati invariati, soltanto tra 52 anni.






