La lettera con cui il Cosenza Calcio ha risposto al Comune sulla vicenda dello stadio Marulla contiene un messaggio preciso: senza la disponibilità dell’impianto sarebbe a rischio l’iscrizione al prossimo campionato di Serie C. Una posizione legittima sotto il profilo societario, ma che inevitabilmente viene letta da gran parte dell’opinione pubblica rossoblù come una forma di pressione nei confronti della città e delle istituzioni.
Perché il punto centrale della vicenda non è ciò che è accaduto negli ultimi giorni. Il punto centrale è ciò che accade ormai da mesi. Anzi, da anni. La frattura tra la proprietà e la città è diventata profonda, evidente e quanto mai irreversibile.
Le proteste parlano più di qualsiasi comunicato
Durante l’ultima stagione il messaggio arrivato dalla tifoseria è stato chiaro e costante. Dalle curve alle piazze, dagli striscioni alle contestazioni pubbliche, il bersaglio delle proteste è stato sempre lo stesso: la gestione societaria. Non si è trattato di episodi isolati o di contestazioni figlie di una sconfitta. È stato un dissenso continuo, trasversale e radicato che ha accompagnato praticamente tutta la stagione sportiva.
Il coro dominante è stato uno soltanto: la richiesta di un cambio di proprietà e l’uscita di scena di Eugenio Guarascio e di Rita Rachele Scalise. Quando una contestazione assume queste dimensioni, non può più essere liquidata come il malumore di una minoranza rumorosa. Diventa il sentimento prevalente di una intera comunità sportiva.














