di
Monica Ricci Sargentini
Fondatrice della Libreria delle Donne e della comunità Diotima, ha costruito una delle riflessioni più originali del Novecento sul rapporto tra donne, linguaggio, maternità e autorità
«L'Uomo non esiste. Esistono uomini e donne». Era una frase tipicamente sua. Semplice, netta, impossibile da equivocare. Eppure dietro quelle poche parole Luisa Muraro aveva costruito una delle riflessioni filosofiche più originali del Novecento italiano. È morta a Milano alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno. Filosofa, pedagogista, fondatrice della Libreria delle Donne e della comunità filosofica Diotima, Muraro è stata una delle figure centrali del femminismo italiano. Ma definirla semplicemente una femminista sarebbe riduttivo. Era una pensatrice. Una donna che ha dedicato la vita a interrogare ciò che molti consideravano ovvio: la libertà, l'autorità, il linguaggio, la maternità, la differenza sessuale. Apparteneva a una generazione che non voleva soltanto ottenere nuovi diritti. Voleva cambiare il modo di pensare il mondo.
Quando negli anni Settanta nacque il femminismo della differenza, Muraro fu tra quelle che indicarono una strada inattesa. Mentre altre inseguivano l'uguaglianza come superamento della differenza tra uomini e donne, lei sosteneva che proprio lì, in quella differenza, si nascondeva una risorsa di libertà ancora inesplorata. «La differenza sessuale è la vita stessa», ripeteva. Per Muraro la liberazione femminile non consisteva nel diventare simili agli uomini, ma nel dare parola e significato all'esperienza delle donne. Era una convinzione che attraversava tutte le sue riflessioni, anche le più controverse. Sull'aborto, per esempio, difendeva la legge 194 e il principio secondo cui nessuna donna può essere obbligata a diventare madre. «La maternità inizia con un sì», sosteneva. Ma rifiutava di parlare dell'aborto come di un diritto in senso proprio: non una conquista da celebrare, bensì una scelta spesso dolorosa, che chiamava in causa anche la responsabilità maschile. Era il suo modo di sottrarsi agli schieramenti e tornare sempre all'esperienza concreta delle donne. Da questa stessa intuizione nacque il suo libro più influente, L'ordine simbolico della madre, dove individuava nella relazione con la madre e nella lingua materna il primo accesso al mondo.










