Alzi la mano chi, per un forte mal di testa o un dolore articolare, non ha assunto almeno una volta nella vita un farmaco antinfiammatorio non steroideo (Fans), come l’ibuprofene o l’aspirina: una volta ingerite, queste molecole viaggiano in tutto il corpo agendo come un interruttore generale che abbassa l’infiammazione, ma non sono prive di costi per l’organismo. Spegnendo indiscriminatamente i segnali chimici, colpiscono infatti anche le difese naturali dello stomaco o l’equilibrio del sistema cardiovascolare, portando nei casi peggiori a ulcere o sanguinamenti. E se invece fosse possibile assumere una pillola inerte, incapace di causare danni sistemici, che si “sveglia” e diventa un antinfiammatorio solo quando un medico illumina il ginocchio dolorante con una specifica lunghezza d’onda? Non è fantascienza, ma la promessa della fotofarmacologia, un settore emergente in cui i farmaci vengono “accesi” e “spenti” dalla luce: ci ha appena lavorato un’équipe dell’Università Statale di Milano, dell’Università di Napoli Federico II e di altri istituti di ricerca, che ha messo a punto una nuova “foto-versione” del celecoxib, un anti-infiammatorio che appartiene ai cosiddetti inibitori selettivi della Cox-2, un enzima coinvolto nei processi infiammatori. Il farmaco così “potenziato” funziona, per l’appunto, come un interruttore, che cambia struttura quanto viene illuminato e, nella forma “accesa”, mostra una maggiore efficacia nell’inibire selettivamente l’enzima. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of the Americal Chemical Society.
Farmaci antinfiammatori “a comando”: la luce per spegnere l'infiammazione - Galileo
Un team a guida italiana ha sviluppato i “photocoxibs”, antinfiammatori che inibiscono gli enzimi solo se colpiti da un raggio luminoso







