L’imprenditore cinese (ma con passaporto di un piccolo stato Caraibico) Zhao YongYong, 61 anni, di Taiyuan, capitale della provincia dello Shanxi, per il momento resta confinato, in stato di arresto, in un appartamento del centro di Bari, con il braccialetto elettronico che monitora a distanza i suoi movimenti.

Fermato al ritorno dalla Grecia nel porto di Bari, sul suo capo pende dal 2024 un mandato di arresto reso dall’Ufficio di pubblica sicurezza della Contea di Qingxu, nella provincia di Shanxi.

La Repubblica Popolare Cinese (Rpc) ne ha chiesto l’estradizione. L’uomo è accusato nel suo paese (ndr, reato che non esiste in Italia) di aver dato in subaffitto dei terreni di cui era stato inizialmente costituito conduttore avendo ottenuto una autorizzazione governativa.

I giudici della Terza sezione penale della Corte di Appello di Bari, chiamati ad esprimersi sulla estradizione, hanno deciso di non consegnare Zhao YongYong alle autorità del suo Paese sulla scorta, tra le altre cose, di una sentenza della Corte di Cassazione (numero 21125/2023) in tema di estradizione per l’estero.

La Sesta Sezione penale della Suprema Corte, ha infatti affermato che, ove la richiesta sia avanzata dalla Repubblica Popolare cinese, sussiste il rischio concreto «di sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti, in quanto plurime fonti internazionali, affidabili, danno atto di sistematiche violazioni dei diritti umani e del tollerato ricorso a forme di tortura, nonché della sostanziale impossibilità, da parte di istituzioni ed organizzazioni indipendenti, di verificare le effettive condizioni dei soggetti ristretti nei centri di detenzione».