In un soave sonetto del 1834, “Lo stroligo” ovvero l’astrologo, Giuseppe Gioachino Belli comparava le diverse ambizioni di chi scruta il cielo e chi le buche in terra. “Va’ in d’una strada, indove sce se fa / cquarche gran scavo in de la terra, e ttu / vedrai che gnissuno sa ppassà / si nun z’affaccia e ssi nun guarda ggiù”. Mi è venuto in mente l’altro giorno a Venezia, perdendomi nelle Gallerie dell’Accademia e scoprendo che, nella sala dedicata alle tele di Paolo Veronese, era ospitata altresì una mostra di Marina Abramović, contenente altresì oblunghe sculture di minerali cavi. “Che consiste sta gran curiosità? / Nun è la terra ggiù come che ssu? / Cosa spera la ggente in quer guardà? / Che sse scopri er burrò dde Bberzebbù?”.Nello specifico, esattamente di fronte allo “Sposalizio mistico di santa Caterina”, era collocato uno di questi singolari oggetti, il cui oscuro pertugio attirava i visitatori più del luminoso quadro per cui avevano comunque pagato il biglietto. “Ma cquest’è er peggio ch’io nun zo ccapì, / che ssibbè nnun c’è un cazzo da vedé, / invetrischeno l’occhi, e stanno llì”. Ragion per cui, mentre io restavo estasiato dinanzi al quadro del Veronese e alla sua vertiginosa prospettiva, col naso sollevato verso le nuvole dipinte da sotto in su, arretrando dovevo stare attento a non cozzare contro il deretano di quelli che, dando le spalle alla tela e a santa Caterina e allo sposalizio mistico e al cielo, si chinavano configgendo il naso nella scultura onde scoprire che dentro quella cavità non c’era un bel niente. “Er monno dunque è ppiù cojjon de me, / che mme ne sto su sta loggetta, e cqui / gguardo in cielo le stelle e cquer che cc’è”.
C'è chi guarda le stelle e chi mette il naso in un minerale cavo
Le tele di Paolo Veronese e una mostra di Marina Abramović insieme, nella stessa sala delle Gallerie dell'Accademia a Venezia: l'occasione giusta per ripensare a un soave sonetto di Giuseppe Gioachino Belli








