La vicenda relativa all’assassinio di Alessandro de’ Medici, primo duca di Firenze, che fu brutalmente ucciso per mano del cugino Lorenzino nella notte del 5 gennaio del 1537, dovette suscitare una profonda impressione, nella Toscana dell’epoca.
A CIÒ CONTRIBUÌ, probabilmente, sia la notorietà della vittima sia il fatto che il suo carnefice abbia difeso l’omicidio politico del quale era stato autore nella celebre Apologia, un testo – annoverato da Giacomo Leopardi tra i migliori esempi di prosa italiana in quanto «esempio di eloquenza grande e perfetta in ogni parte» -, nel quale egli sostiene di essersene macchiato spinto dal desiderio di eliminare il tiranno: soltanto, insomma, per amore della libertà.
Occorre però mettere anzitutto in rilievo come il suo gesto, le cui motivazioni furono presumibilmente meno nobili ma più legate al soddisfacimento dei propri interessi, non avrebbe mancato di suscitare reazioni violente. Dal momento che, una volta fuggito ed essersi vanamente impegnato – insieme ad altri esuli – per rovesciare il principato dei Medici, Lorenzino si sarebbe dato alla latitanza per ben undici anni fino a quando non sarebbe stato raggiunto da alcuni sicari che, su mandato imperiale e mediceo, lo avrebbero scovato a Venezia ponendo poi fine alla sua esistenza.







