Nell’introduzione all’edizione Garnier del Faust di Goethe tradotto da Gérard de Nerval, Maurice Marache scrive: «Il genio del romanticismo francese è più l’immagine di una nostalgia che l’espressione di un sentimento pieno di forze della vita, ed è in qualche modo privo di sostanza se lo si confronta al genio goethiano». Non è un giudizio negativo, coglie anzi bene la differenza tra il Faust di Goethe e ciò che ne trae Berlioz nella sua “leggenda drammatica” La damnation de Faust, che adopera per il libretto proprio la traduzione di Nerval: la si è ascoltata all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per la stagione sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Il Faust di Berlioz non ha alcuna aspirazione a cogliere il senso della vita, si presenta subito già stanco di esistere, e l’amore per Margherita è solo il brivido di un’emozione passeggera. La dannazione è meritata – Goethe invece lo salva –, perché Faust nasce già consacrato alla morte. L’angelica figura della donna goduta – ma non amata – che chiude l’opera è il cameo di un dongiovanni collezionista, ma non riguarda la salvezza né la dannazione dell’avventuriero. In ciò Berlioz sembra già prefigurare aspetti del decadentismo.