Miseria, valigie di cartone, lacrime di uomini del sud che partono verso il freddo ignoto. Andranno a costruire con sudore, sacrifici e orgoglio un grande paese senza farne parte. In una rimozione che è lo specchio di come oggi sono consideratati i migranti nell’ex occidente sviluppato.

Il 20 dicembre 1955, a soli dieci anni dalla fine della seconda guerra mondiale che ci aveva visto prima alleati e poi invasi e in lotta per la libertà, il governo italiano firmò con quello della Repubblica Federale Tedesca (Germania Ovest) il «Trattato bilaterale per il reclutamento e l’impiego di manodopera italiana». Noto come «Protocollo sull’assunzione di lavoratori italiani», nel testo compariva per la prima volta una delle definizione più ipocrite della storia: gastarbeiter, lavoratori ospiti. Da quel giorno iniziò l’emigrazione italiana in Germania. Un’emigrazione che i tedeschi non riconobbero, anzi nascosero per molti decenni.

A settant’anni di distanza il documentario Un sogno italiano del regista Fausto Caviglia racconta l’epopea di quando gli stranieri – gli auslander – eravamo noi, nel centro dell’Europa post bellica. Ieri è stato presentato all’Aula dei Gruppi parlamentari alla Camera dei deputati, essendo stato prodotto con il patrocinio della Commissione Cultura.