L’Ucraina nell’Ue? Bisogna «fissare una data», sostiene il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys, ricordando quanto è avvenuto per il suo Paese all’inizio del nostro secolo. Anche nelle relazioni internazionali, insomma, l’esperienza insegna. Indicare il 2030, a suo parere, è la cosa migliore. Questo non significa garantire a Volodymyr Zelensky l’ingresso di Kiev nell’Unione tra quattro anni, perché tutto dipende sia dalla stessa Ucraina, chiamata a fare le riforme necessarie, sia dall’andamento dei negoziati. «Ma noi europei — è il senso suo ragionamento — dobbiamo dire che siamo pronti».

Le parole di Budrys, riportate nei giorni scorsi da Politico, arrivano in un momento chiave. Siamo alla vigilia dell’apertura – il 15 giugno a Lussemburgo – della prima serie di capitoli negoziali della marcia di avvicinamento dell’Ucraina all’Ue. Un importante Consiglio europeo è in programma poi in settimana. Conclusa l’era dei veti dell’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán il teorico della «democrazia illiberale» (che ha sempre bloccato anche l’avvio delle trattative di adesione), questo è il momento opportuno per lanciare un segnale politico sul dossier dell’allargamento. «Non è semplicemente un processo burocratico — scrive The Economist — ma uno strumento geopolitico per un continente che appare vulnerabile tra grandi potenze più predatrici».