C’è un angolo dell’oceano che sembra sfidare la logica del riscaldamento globale. Mentre i mari del pianeta accumulano calore a un ritmo senza precedenti, un’ampia porzione dell’Atlantico subpolare, tra Groenlandia e Islanda, continua ostinatamente a raffreddarsi. Gli scienziati la chiamano North Atlantic Warming Hole, o più confidenzialmente “cold blob”: una tasca gelida incastonata in un mare che si riscalda.
Per anni questa macchia anomala è stata considerata quasi una curiosità climatica, spingendo parte della comunità scientifica a indagare il ruolo di venti e copertura nuvolosa. La realtà emersa di recente è però tutt’altro che rassicurante: il “cold blob” non smentisce il riscaldamento globale, ne incarna anzi uno dei più evidenti effetti collaterali. Uno studio pubblicato nel maggio 2026 su Geophysical Research Letters indica che il raffreddamento dell’area non dipende da una dispersione improvvisa di calore verso l’atmosfera, né può essere attribuito ai venti. La causa risiede piuttosto in un deficit di alimentazione dall’interno dell’oceano: come ha spiegato il team guidato da Stefan Rahmstorf, le correnti stanno trasportando meno calore verso nord.
Una conclusione che conferma quanto già ipotizzato da una ricerca del 2025 apparsa su Communications Earth & Environment: non è il mare a cedere più calore all’aria, è la circolazione oceanica a veicolarne di meno.











