Da una parte ci si vuole allargare, dall’altra si cerca di essere più piccoli e più agili. È l’apparentemente antitetica proposta politica molto di moda in questo periodo in Europa.

Gli stessi che propugnano e spingono per un’Unione Europea più ampia, con più Stati membri, più influenza geografica, più partner, propongono anche soluzioni per creare gruppi più ristretti di Paesi, diciamo così, più uniti degli altri, in grado di prendere iniziative importanti in maniera più agile e veloce.

Mario Draghi, nei suoi diversi interventi sulla necessità di maggiore competitività europea, ha spesso invitato gli Stati membri a concepire un’Europa a due velocità.

Chi è pronto a mettere in comune la propria politica estera e di difesa, il proprio mercato di capitali e le proprie infrastrutture energetiche, chi pensa di poter riunirsi ad altri Stati membri per realizzare ciò che è necessario per rendere l’Europa più competitiva, lo faccia, ha sostenuto Draghi, senza aspettare l’accordo di tutti e 27 gli attuali membri.

Il rischio altrimenti è quello di rimanere impantanati, in mezzo al guado, senza la capacità di dare una vera svolta all’azione e all’economia europee.