Se a Roma il problema è trovare qualcuno disposto a candidarsi, a Milano il guaio è l'esatto contrario: i pretendenti non mancano, ma nessuno riesce a mettere d'accordo la coalizione. Dietro le quinte del centrodestra lombardo è già iniziata una partita feroce che ha poco a che vedere con Palazzo Marino e molto con gli equilibri futuri del potere nel centrodestra. Perché la scelta del candidato sindaco di Milano è diventata il terreno sul quale si misurano Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Matteo Salvini, Marina Berlusconi e perfino l'ingombrante ombra di Roberto Vannacci.Il primo a muoversi è stato il vero regista della destra lombarda: Ignazio La Russa. Da mesi il presidente del Senato lavora per disinnescare la candidatura di Carlo Fidanza, eurodeputato e uomo fortissimo di Fratelli d'Italia al Nord, considerato vicino alla cerchia più stretta della premier. Un'operazione condotta senza strappi ma con chirurgica determinazione. Alla fine il messaggio è arrivato forte e chiaro: Fidanza non scalda gli alleati, rischia di polarizzare il confronto e soprattutto non convince il mondo moderato che a Milano continua a essere decisivo. Così La Russa ha tirato fuori dal cilindro il suo candidato preferito: Maurizio Lupi."Ho detto che apprezzo Lupi e lo confermo", ha scandito il presidente del Senato. Una frase apparentemente innocua che, tradotta dal politichese, equivale a una vera e propria investitura. Il problema è che l'operazione è tutt'altro che chiusa. Giorgia Meloni non sembra convinta che il leader di Noi Moderati sia il profilo giusto per tentare l'assalto alla capitale economica del Paese. E anche dalle parti di Forza Italia le resistenze restano forti. Non tanto per ragioni personali, quanto per una questione strategica: molti azzurri continuano a ritenere che a Milano serva un candidato civico capace di parlare al mondo delle professioni, delle imprese e dell'elettorato moderato che negli ultimi anni ha guardato con crescente diffidenza al centrodestra. E proprio qui si apre il secondo livello della partita.Perché molti nel centrodestra pensano ai grandi nomi dell'imprenditoria e della società civile milanese. Da mesi circolano sottovoce profili come Flavio Cattaneo, Marco Tronchetti Provera e perfino Ruth Shammah. Figure che garantirebbero prestigio, visibilità e una forte capacità di attrazione nel mondo moderato. Peccato che nessuno, almeno finora, abbia manifestato la minima intenzione di lasciare i propri incarichi per infilarsi nella trincea di Palazzo Marino. Nel frattempo la Lega osserva con crescente inquietudine. Salvini vorrebbe accelerare e chiudere la partita entro l'estate. Ufficialmente per organizzare al meglio la campagna elettorale. Ufficiosamente per un'altra ragione: il timore che Roberto Vannacci decida di rompere gli indugi e annunciare per primo un proprio candidato.Uno scenario che terrorizza il Carroccio, soprattutto in Lombardia, dove il generale continua a pescare consensi nell'elettorato tradizionalmente leghista. Da qui la spinta su profili come l'ex presidente di Assolombarda Alessandro Spada, nome che piace a una parte del mondo produttivo e che consentirebbe alla Lega di tornare centrale nella trattativa. Morale: mentre il centrosinistra aspetta di capire chi erediterà davvero il dopo-Sala, il centrodestra è già intrappolato in una partita di potere che assomiglia a una lunga guerra di posizione. La Russa spinge Lupi. Meloni prende tempo. Forza Italia cerca il suo "civico". Salvini teme Vannacci. E Milano, per ora, resta una casella vuota. Con una differenza rispetto a Roma: sotto la Madonnina il candidato forse c'è già. Il problema è che ogni leader ne vede uno diverso.