ManageritaliaI dirigenti del terziario crescono al ritmo del 3-4%, ma ancora oggi quasi due Pmi su tre non hanno manager diversi dall’imprenditore. Il terziario rappresenta quasi il 60% del Pildi Cristina Casadei12 giugno 2026I punti chiaveLa crescita dei manager del terziario di mercatoLa crescita delle aziende a maggior valore aggiuntoIl peso del terziario di mercatoGli strumentiSubito misure per riattivare gli inattiviIl passaggio generazionaleNuove misure per riattrarre i talenti all’estero «È pur vero che viviamo una situazione geopolitica complicata, ma l’Italia si muove in una condizione di crescita moderata, nell’ordine dello zero virgola da molto tempo, le ultime previsioni Istat indicano per il 2025 una crescita del Pil attorno allo 0,6% e per il 2026 dello 0,8%, sostenuta soprattutto dalla domanda interna. Il nostro Paese poi è troppo esposto alla situazione internazionale, soprattutto sul fronte energetico». Marco Ballaré, il presidente di Manageritalia, arrivato alla guida dei manager del terziario un paio di anni fa, dall’assemblea che si svolgerà oggi a Milano vuole parlare a una platea molto più ampia dei 47mila iscritti che rappresenta. Il suo obiettivo sono gli azionisti e le istituzioni, «serve un patto tra imprenditori, manager e istituzioni per uscire dalla crescita dello zero virgola in cui ci troviamo», dice.La crescita dei manager del terziario di mercatoI dirigenti del terziario stanno aumentando, ogni anno come associazione Manageritalia cresce tra il 3 e il 4%, ma, afferma Ballarè «non basta, dovremmo crescere di più. Il tema non è il fatto che il tessuto imprenditoriale italiano è fatto soprattutto da Pmi, ma il fatto che le nostre Pmi solo nel 30% dei casi hanno un manager diverso dall’imprenditore, una quota molto lontana dall’80% di paesi come Francia, Germania e Spagna. Se non managerializziamo le imprese non riusciremo a cogliere le occasioni di crescita. Abbiamo buone idee ma non sappiamo farle correre: dobbiamo puntare molto di più sulle competenze manageriali che permettono di fare crescere le imprese ad alto valore aggiunto».L’impulso per le aziende a maggior valore aggiuntoQuesto significa anche fare delle scelte basate su orientamenti chiari, «non solo redistribuire quello che c’è ma favorire degli investimenti, verificarli, fare in modo che siano in grado di favorire la spinta per aumentare la capacità delle aziende di creare valore aggiunto. Quindi serve sostenere gli investimenti in servizi ad alto valore aggiunto come ICT, consulenza, logistica evoluta, incentivare l’integrazione tra industria e servizi lungo tutta la filiera, rafforzare export e internazionalizzazione dei servizi, oggi ancora sottoutilizzati», continua Ballaré che non nega che «questo può anche avere un costo e significare perdere aziende che fanno fatica a crescere. In prospettiva però significherà generare occupazione e crescita. Per arrivarci non basta soltanto la managerializzazione che va supportata con incentivi fiscali, ma anche migliorare l’accesso al credito per esempio». Del resto l’alternativa è ancora peggio e cioè «ritrovarsi sempre con le stesse imprese: le grandi aziende italiane sono le stesse ormai da molti anni. Ce ne sono poche di nuove che stanno crescendo e continuiamo ad avere un Paese fatto da Pmi che faticano ad aumentare il loro livello dimensionale. Non è accettabile che si faccia fatica a crescere».Il peso del terziario di mercatoGuardando all’economia nel suo complesso, Ballaré evidenzia che «il terziario di mercato rappresenta poco meno del 60% del Pil del nostro Paese e quindi quando pensiamo alle scelte da fare dobbiamo pensare a valorizzarlo e a fare crescere le Pmi». Soprattutto perché non è così remoto il rischio che «fondi e aziende estere acquisiscano le aziende italiane, le managerializzino e le facciano crescere. La moda è l’esempio più facile quando pensiamo a un settore dove marchi di successo, anche nei servizi e nella distribuzione commerciale, sono cresciuti e sono finiti nell’orbita di aziende estere che li hanno fatti crescere. Ci sono settori in cui abbiamo aziende che non sono in grado di avere una dimensione globale, altri in cui questo è possibile. Bisogna fare delle scelte e decidere quali sono i settori trainanti per il Paese: sicuramente tra questi c’è tutto il terziario, che ricomprende il terziario avanzato, dalla consulenza ai pagamenti all’It».Gli strumentiTra gli strumenti concreti che cita il presidente di Manageritalia ci sono gli incentivi fiscali strutturali per l’inserimento di manager qualificati nelle PMI, legati a obiettivi di crescita, export, innovazione e passaggio generazionale, i voucher per competenze manageriali, utilizzabili dalle imprese per progetti di trasformazione digitale, organizzativa e di sviluppo mercati e i contratti e strumenti flessibili che facilitino l’ingresso anche temporaneo di manager nelle aziende più piccole. In questo senso anche l’attuale Contratto dirigenti terziario lo è su vari aspetti. Sullo sfondo ci sono diversi grandi temi. Uno è il passaggio generazionale, l’altro la fuga dei talenti e poi l’inverno demografico che rende ancora più difficile da accettare un bacino di inattivi tra giovani e donne così vasto come quello italiano.
Ballaré: un patto manager e imprenditori per fare crescere il Paese
I dirigenti del terziario crescono al ritmo del 3-4%, ma ancora oggi quasi due Pmi su tre non hanno manager diversi dall’imprenditore. Il terziario rappresenta quasi il 60% del Pil








