Cara mia donna che lascia chat, come ho scritto in più occasioni non ho figli, quindi le chat di classe sono uno di quegli incubi che mi vengono risparmiati. Ne ho un paio, silenziate da tempo, di fan anziane degli Stray Kids, le “noona” sogno di uscirne almeno quattro volte al giorno, sono un coacervo di confidenze intime e inquietanti di sconosciute tali da aprire abissi in cui Freud avrebbe sguazzato come pesce rosso fuori dalla busta di plastica. Resto perché se tornano in concerto penso mi possano tornare utili. Sono una brutta persona, lo so. Non me faccio un vanto, ma una ragione. Ho un fratello con due figli in età scolare che da subito ha messo in chiaro di non inserirlo in nessuno di questi “campi di pascolamento per ruminanti liberi” tanto sarebbe uscito subito.

Del resto non risponde neanche a quelle di famiglia. È però attivo animatore di quella del calcetto di mio nipote, a riprova che il nostro tempo libero e attenzione derivano dall’interesse. Non da altro. Leggendoti ho pensato, questa donna sta confessando qualcosa che metà dei genitori d’Italia pensa e nessuno dice ad alta voce: «La chat di classe. Ommiddio, la chat di classe!». Quel posto dove alle 22.47 di un martedì qualcuno scrive «domani i bambini devono portare un pennarello verde ACQUA, non verde normale» e tu hai già spento la luce e adesso sei lì, sveglia, a fissare il soffitto chiedendoti se in casa tua esiste il verde acqua o solo il verde normale, che è una cosa completamente diversa, a quanto pare.