Cara Amarezza, ma preferisco lettrice, ho due nipoti adolescenti, che adoro, che non hanno mai aperto un giornale cartaceo. O meglio il Quotidiano, quello quando sono in Calabria sì, «che ci scrive zia Mita». Per il resto nulla. Eppure sono informati, sanno quello che devono sapere o ritengono di voler, dover, sapere. Su alcune cose con più dettagli di me, che di giornali e notizie ci vivo. E forse è qui che casca il titolo (e l’ego): non è che loro non leggano le notizie, è che non leggono noi.

Perché noi, con la nostra aria da sacerdoti dell’informazione, scriviamo ancora per chi crede che il giornale odori di caffè e carta. Come me, del resto. Loro scorrono con un pollice, e se dopo tre secondi non hai catturato la loro attenzione, ciao.Non è superficialità: è selettività. In mezzo a un mondo che urla, loro sanno zittire. Il punto, forse, è che i giovani non leggono noi. Non leggono le nostre gerarchie di notizie, le nostre ossessioni per i titoli indignati, la nostra arroganza nel credere che “sapere” significhi usare il lessico giusto. Noi scriviamo ancora pensando a un pubblico che ha il tempo, e la voglia, di capire come un atto parlamentare diventa legge.

Loro vogliono sapere perché quella legge cambierà la loro vita, o se nel frattempo c’è un modo più equo di raccontarla. Il giornalismo, per decenni, ha parlato dall’alto verso il basso: «ti spiego il mondo». Ora il mondo si spiega da solo, e noi sembriamo smarriti. Forse dovremmo smettere di pretendere che recuperino “il gusto delle notizie” e cominciare noi a recuperare il gusto di raccontarle con onestà, vulnerabilità e presenza – quella cosa che si chiama voce umana, e che nessuna piattaforma potrà sostituire.Noi con i giornali cartacei ci siamo cresciuti, a casa mia ne entravano due, tutti i giorni, li comprava mio padre e lo ha fatto fino a due anni fa, quando è morto. Ora confesso, io non li compro. Ho degli abbonamenti digitali. Ma la carta? Sempre meno.