Mentre l’intera Italia si ferma per ricordare l’anniversario della scomparsa di Enrico Berlinguer, leader storico che mise la questione morale al centro della sua vita, la Calabria si ritrova a fare i conti con una realtà locale che sembra aver smarrito la propria bussola deontologica. Il caso di Tropea diventa così lo specchio di un paradosso burocratico e istituzionale che rischia di logorare il territorio.La cronaca recente della perla del Tirreno restituisce un quadro tormentato. Un sindaco, precedentemente sciolto per infiltrazioni mafiose, ha deciso di ricandidarsi in totale spregio ai codici di giusto comportamento, forte di un consenso popolare che lo ha rieletto, per poi essere dichiarato incandidabile subito dopo il voto.

Il limbo normativo che logora il territorio di Tropea

Oggi le strade davanti al comune si biforcano in due scenari altrettanto penalizzanti per la comunità. Da un lato c’è la via dei ricorsi, con l’appello e la successiva cassazione che potrebbero garantire a Macrì altri due anni di governo, un biennio segnato però da una perenne precarietà e da una totale assenza di serenità amministrativa. Dall’altro lato, secondo il Partito democratico, c’è l’ostinazione di chi fa orecchie da mercante di fronte ai pronunciamenti, con il rischio concreto che la Prefettura invii una nuova commissione d’accesso, traghettando la città verso l’ennesimo, traumatico commissariamento.In entrambi i casi, a uscire demolita da questo stallo è l’immagine stessa di Tropea, è la considerazione dei dem. Le stigmatizzazioni che colpiscono il brand turistico e la dignità dei suoi cittadini sono il prezzo più alto di una resistenza personale che non tiene conto del bene comune.