Doveva nascere nel 1930, quando Mussolini in visita alla Fiat di Torino parlò al senatore Giovanni Agnelli della "inderogabile necessità di realizzare una vettura economica per gli italiani". Prezzo non superiore alle 5.000 lire. Doveva essere l'auto popolare, come lo era la Radio Balilla. Uscì il 10 giugno del 1936, si chiamava "Fiat 500", costava 8.900 lire e fu subito un successo, la prima utilitaria di un popolo di 42 milioni di abitanti che aveva 220 mila veicoli di ogni tipo, un'auto ogni 200 persone, quaranta volte in meno rispetto agli Stati Uniti d'America.
La battezzarono "Topolino" come il popolare personaggio di Disney protagonista di un fumetto: i parafango delle ruote anteriori facevano pensare alle orecchie larghe del topo più famoso del mondo. E da quel momento nessuno la chiamò più "Fiat 500". La vera Cinquecento sarebbe arrivata vent'anni dopo col miracolo economico, in un'altra Italia.
Presentarono la "Topolino" a Roma a Villa Torlonia, che era la residenza privata della famiglia Mussolini. Lo stesso Duce la guidò nei viali e disse che era "la vetturetta del lavoro e del risparmio". Era la "ultra utilitaria", anche se costava venti volte lo stipendio medio di un operaio specializzato. Era il tempo in cui gli italiani cantavano il loro sogno piccolo borghese: "Se potessi avere mille lire al mese/ senza esagerare sarei certo/ di trovare tutta la felicità!". Il fascismo si tolse, però, la soddisfazione di anticipare nettamente la Francia dove la Citroen pensa alla "2 Cavalli", ma la metterà in circolazione soltanto nel dopoguerra. E soprattutto la soddisfazione di battere sul tempo Hitler che, appena eletto Cancelliere del Reich, aveva convocato Ferdinand Porsche per chiedergli un'auto per il popolo che non costasse più di 1.000 marchi. E quello realizzò proprio l'auto del popolo, la Volkswagen, in vendita a 990 marchi, cinque volte lo stipendio di un operaio specializzato.






