Apertura sul confronto istituzionale, ma fermezza sui principi. La spy story che nelle scorse settimane ha sferzato i corridoi del Nuovo Palazzo di Giustizia di Napoli non è ancora un lontano ricordo. Anzi, la sua ombra sembra essere ancora presente e minacciosa. Chiuso il caso sotto il profilo processuale, con la decisione della Corte di assise che ha dichiarato gli atti “scottanti” irrilevanti, le polemiche sono invece tutt’altro che superate. La parte lesa in questa vicenda in chiaroscuro, l’avvocatura napoletana, prova così a ritrovare compattezza e questa mattina l’assemblea straordinaria della Camera penale si è trasformata nel teatro di un confronto serrato, destinato ad aprire le porte a una nuova stagione di proteste. Sul tavolo della classe forense partenopea ci sono almeno due opzioni: la proclamazione dello stato di agitazione permanente e un pacchetto di giorni di astensione con modalità ancora da definire. Il tempo, però, corre veloce: il direttivo della Camera penale scioglierà il nodo nei prossimi giorni.
Ribadita la vicinanza ai colleghi Raffaele Esposito e Salvatore Pettirossi, finiti al centro del controverso caso di “spionaggio”, con intercettazioni e videoriprese effettuate fin fuori l’aula 111 del tribunale, il dibattito è stato incardinato sulla centralità del ruolo del difensore e sulle relative garanzie costituzionali. A tracciare la rotta istituzionale è stato il presidente della Camera penale di Napoli, Marco Muscariello, secondo il quale la scelta della Corte di assise di non acquisire i fotogrammi dello scandalo è stata una «decisione salomonica», che ha di fatto disinnescato la bomba escludendo gli atti dal processo. Ma il problema resta strutturale: «Il diritto di difesa viene violato quotidianamente». Muscariello auspica però che «si trovi un’interlocuzione con la Procura e i vertici del Distretto affinché si riesca a individuare una prassi che tuteli in maniera strutturale le prerogative del lavoro difensivo».La linea dell’apertura e della prudenza non convince però fino in fondo la “base” forense, pronta a dare battaglia spostando la protesta anche fuori dalle aule di giustizia. L’associazione “Sebastiano Fusco”, forte delle 92 firme raccolte per convocare l’assemblea (metà delle quali arrivate da avvocati non iscritti alla Camera Penale, segno di un malessere diffuso), sposta la mira sull’Ufficio del Giudice per le indagini preliminari: «Bisogna intervenire sul gip, è lì che si legittimano certe soluzioni». Da qui la proposta di un pacchetto di scioperi a lungo termine e l’indizione dello stato di agitazione permanente fino a dicembre. Ancora più fermo l’affondo del comitato “Mario Pagano”, secondo cui il provvedimento della Corte di assise è «offensivo e peggiore del male», poiché ha liquidato le foto effettuate dai carabinieri come semplici atti «irrilevanti», senza avere «il coraggio di affrontare il tema centrale della violazione costituzionale». E ancora: «Le persone fuori da qui devono sapere che lottiamo per l’indipendenza di tutti rispetto a un “Grande Fratello” che li ascolta e li condiziona».Ad arricchire il dibattito anche l’intervento di Raffaele Esposito, decano dei penalisti napoletani finito nella rete di un supplemento investigativo chiamato a verificare il presunto condizionamento di alcuni testimoni nell’ambito di un processo su un omicidio di camorra, l’assassinio di Luigi Mocerino, per il quale è imputato Salvatore Puzio, presunto sicario ed esponente del clan dei “Gelsomino” di Afragola. «Ho subito un servizio fotografico», ha esordito con amara ironia Esposito. Il penalista non ha però nascosto la propria amarezza per l’isolamento politico subìto a livello nazionale: «Mi ha rattristato il silenzio dell’Unione Camere Penali Italiane». Un atto di accusa frontale, accompagnato dalla richiesta di indirizzare un documento di protesta durissimo proprio ai vertici nazionali del sindacato dei penalisti. La ferita resta aperta, l’estate rovente dell’avvocatura napoletana entra nel vivo.







