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Da molti anni sappiamo modificare il DNA umano, che contiene gran parte delle istruzioni necessarie allo sviluppo e al funzionamento del nostro corpo. Alcune tecniche di editing genetico, ad esempio, sono già usate per trattare persone nate con gravi malattie ereditarie. Però gli strumenti disponibili sono ancora considerati troppo rischiosi quando sono impiegati sugli embrioni umani, cioè le strutture cellulari che si formano dopo la fecondazione e considerate tali fino all’ottava settimana di sviluppo.
Un gruppo della Columbia University, a New York, sostiene di aver ridotto alcuni di questi rischi. Ha utilizzato il base editing, una tecnica più mirata del metodo sviluppato ormai quasi quindici anni fa da Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna, noto con la sigla CRISPR. Lo studio è stato diffuso come preprint, cioè reso pubblico prima di essere revisionato da altri scienziati, ma ha già attirato molta attenzione ed è stato raccontato da numerose testate scientifiche e giornalistiche.
È molto discusso anche per il ruolo di uno dei suoi autori. Nathan Treff è infatti il direttore clinico di Nucleus Genomics, un’azienda statunitense che analizza il DNA degli embrioni e fornisce ai genitori delle stime sul rischio di alcune malattie e su alcune caratteristiche come l’altezza, l’intelligenza o il colore degli occhi. Le valutazioni possono poi essere usate per scegliere quali embrioni trasferire nell’utero, una pratica le cui implicazioni etiche sono oggetto di un acceso dibattito.













