Gli ultimi dati forniti da Copernicus ci dicono che il bilancio di carbonio residuo – ovvero la quantità totale di anidride carbonica che può ancora essere emessa se vogliamo mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C – è stimato, a partire dall’inizio del 2026, a 130 Gt di CO2 e che questa quota sarà esaurita in circa tre anni, ai livelli attuali di emissioni di CO2. Ebbene, se leggiamo questi numeri alla luce di un nuovo report appena pubblicato da Greenpeace Africa riusciamo a capire anche dove sarebbe opportuno intervenire, per cercare di spostare almeno più in là di qualche anno il problema, se non addirittura, magari, per risolverlo del tutto. Stando a questo report dell’associazione ambientalista, gli ultraricchi del pianeta stanno consumando in modo sproporzionato il cosiddetto «budget di carbonio». Con i loro investimenti e i loro stili di vita insostenibili, questi Paperoni stanno impattando in modo enorme sulla quantità di gas serra che l’umanità può ancora permettersi di emettere prima di superare la soglia critica di 1,5°C di riscaldamento globale.

Secondo il rapporto di Greenpeace Africa, che utilizza come riferimento i dati del 2022, il «debito climatico» associato agli investimenti annui dello 0,01% più ricco della popolazione mondiale, ovvero le persone con un patrimonio netto superiore a 38 milioni di dollari, ammonta a circa 992 miliardi di dollari, mentre quello associato ai loro consumi annui è invece pari a 405 miliardi di dollari. «Stiamo scoprendo che l’impatto climatico dei super ricchi è ben più grave di quanto pensassimo. I nostri governi esortano spesso le persone comuni a farsi carico dell’onere dell’azione per il clima, prestando invece ben poca attenzione a chi ha il debito climatico maggiore e la capacità di coprire i costi del collasso ambientale: gli investitori più facoltosi e i principali responsabili dell’inquinamento. C’è qualcosa di profondamente sbilanciato in tutto questo», dichiara Clara Thompson di Greenpeace International.