Abbiamo vinto o perso la partita Italia/UE sul caro energia? È questa la domanda alla quale cerca risposta chi ha letto la Raccomandazione che il Consiglio europeo ha pubblicato il 4 giugno scorso sull'attuazione del nostro Piano Strutturale di Bilancio. Tra chi grida vittoria e chi denuncia la sconfitta, noi crediamo che la verità, come al solito, sta nel mezzo, ed è più interessante di quanto sembri.
L'Italia ha chiesto all'UE più flessibilità non solo per le spese militari ma anche per il caro energia, sostenendo — con una certa faccia tosta — che la transizione energetica era andata a rotoli prima per colpa della Russia, poi dell'Iran. Della serie: «professore non ho potuto fare i compiti, sia clemente, riparerò alla prossima interrogazione». E la Commissione, con lo stesso cipiglio del professore che sa benissimo come stanno le cose ma apprezza almeno la sincerità, ha risposto: va bene, ma adesso studia davvero.
Sul risanamento dei conti, l'Italia si è comportata da secchione dell'ultima ora. La spesa pubblica è cresciuta dell'1,2% nel 2025, sotto il limite raccomandato dell'1,3%; in pratica abbiamo migliorato il famigerato rapporto deficit/PIL più per aver sostenuto meno spese che per aver aumentato il PIL.








