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Santiago “El Bebote” Giménez è un attaccante del Milan che giocherà nel Messico ai Mondiali di calcio che iniziano stasera, giovedì, alle 21. Arriva da una stagione complicata, in cui non è riuscito a segnare nemmeno un gol in Serie A, ma è stato comunque convocato. Non ci saranno invece due calciatori molto importanti nella storia recente del Messico: Hirving “Chucky” Lozano e Javier “Chicharito” Hernandez, quest’ultimo fuori dalla nazionale ormai da diversi anni.

I tre sono accomunati da essere gli attaccanti messicani più famosi degli ultimi dieci anni, ma anche dall’avere un soprannome – apodo in spagnolo – che si pone tra il nome e il cognome e li identifica. In America Latina – e in particolare in Messico e in Argentina – l’utilizzo degli apodos è comune al punto da diventare una sorta di tradizione non scritta, per cui molte persone vengono identificate con un soprannome dalle origini più diverse; i calciatori sono spesso le più note.

«L’apodo – spiega la professoressa Concepción Company, ricercatrice dell’Istituto di Ricerche Filologiche a Città del Messico – è un modo per esprimere affetto o vicinanza. Sottolinea una caratteristica, una situazione, o ancora ha origini in stereotipi culturali e razziali non per forza negativi». I soprannomi svolgono in America Latina una funzione sociale, con differenze in base al paese che si prende in considerazione. In Brasile, per esempio, si tende a sostituire il nome con il nomignolo con cui si veniva chiamati da bambini, cosa evidente nei calciatori: Ronaldinho, Robinho, oppure Kakà, il soprannome con cui è conosciuto l’ex giocatore di Milan e Real Madrid Ricardo Iszecson Dos Santos Leite, e che deriva dal modo in cui veniva chiamato dal fratellino che da piccolo non riusciva a pronunciare il nome Ricardo.