FRANCOFORTE. La Banca centrale europea (Bce) ha scelto l'unica strada che considerava percorribile. Il rialzo dei tassi di 25 punti base è realtà. Le pressioni inflazionistiche dovute alla guerra in Medio Oriente hanno imposto a Francoforte una stretta per difendere la stabilità dei prezzi, al netto dei chiari rischi per la crescita economica dell’eurozona. «La Bce si trova tra l'incudine e il martello, ma l'aumento dei tassi di giugno può essere visto come un avvertimento per dimostrare che prende sul serio il proprio mandato», aveva sottolineato alla vigilia Mike Bell, Market Strategist di RBC Bluebay, fotografando il dilemma dei banchieri centrali. I rincari energetici non hanno concesso sconti. Il consiglio direttivo ha agito con fermezza. La mossa L'istituto guidato da Christine Lagarde ha portato i tre tassi principali verso l'alto senza esitazioni. Il tasso sui depositi ha raggiunto quota 2,25 per cento. Il mercato scontava questa mossa con una probabilità del 98%, un verdetto unanime che la vigilia considerava blindato. «Concordiamo sul fatto che si tratti praticamente di una decisione già presa; la Bce ha ripetutamente sottolineato che non intervenire non è un'opzione di fronte a uno shock così significativo dei prezzi dell'energia», aveva avvertito Karsten Junius, chief economist di J. Safra Sarasin, spiegando come un rinvio avrebbe spinto le famiglie a mettere in discussione l'obiettivo di stabilità monetaria. La mossa restrittiva è stata affiancata dalle nuove proiezioni macroeconomiche elaborate dallo staff dell'Eurotower e dalle banche centrali nazionali. I nuovi dati confermano le analisi dei principali uffici studi. Le stime sull'inflazione hanno subito una robusta revisione al rialzo, spinte dal rincaro dei beni energetici causato dal protrarsi delle tensioni tra Iran e Libano. Di contro, le attese sulla crescita del Prodotto interno lordo sono state tagliate. Le previsioni sui prezzi al consumo si posizionano ora intorno al 3 per cento per l'anno in corso, per poi convergere al 2,5 per cento nel 2027. La flessione del Pil europeo, ridotto allo 0,3 per cento, incamera però un elemento distorsivo legato al crollo dell'economia irlandese nel primo trimestre. Depurato da questo effetto, il blocco europeo evidenzia una espansione moderata, non una recessione acclarata. Incognite Il panorama odierno manifesta sfumature complesse se paragonato alla crisi del 2022. Junius aveva individuato i motivi di questa discontinuità strutturale prima del voto del consiglio. «Lo shock dei prezzi delle materie prime è inferiore rispetto ad allora e le condizioni iniziali sono più favorevoli, poiché l’inflazione si attestava al 2% prima dello shock, mentre era vicina al 6% quando è iniziata la guerra in Ucraina», aveva argomentato l'economista, ricordando anche che le politiche fiscali odierne sono neutrali e prive dei massicci stimoli post-pandemici. L'incognita resta la natura del colpo incassato dalla macchina produttiva. La crisi in Medio Oriente innesca uno shock dal lato dell'offerta, un terreno ostico per le banche centrali, dotate di armi idonee solo a frenare la domanda aggregata. Gli analisti di ING hanno definito la manovra appena varata con termini inequivocabili. «Il nostro scenario di base è un rialzo dal sapore hawkish in questa riunione di giugno, non tanto perché la Bce stia pianificando o sia disposta a impegnarsi per un altro rialzo a luglio o settembre, ma perché è la mossa più prudente mentre attende chiarezza su geopolitica, energia e dati», spiegava il team macroeconomico alla vigilia del vertice. Non è entrato in gioco un impegno formale per i mesi successivi, bensì si è eretto un argine a tutela del potere d'acquisto. Futuro L'attenzione degli operatori si proietta ora oltre la pausa estiva. La presidente Lagarde ha mantenuto un approccio attendista, ancorato al principio delle decisioni assunte riunione per riunione. Le strategie dei grandi istituti di credito rimanevano divergenti nelle analisi della vigilia, pur trovando un punto di incontro nella tregua di luglio. Qualora l'energia dovesse registrare un calo, UniCredit ipotizza un ultimo rincaro a settembre per portare il tasso sui depositi al 2,50 per cento, limite superiore di un intervallo neutrale. Le aspettative di inflazione a lungo termine appaiono ancorate e le condizioni di finanziamento risultano già restrittive a causa dei rendimenti obbligazionari in ascesa. Barclays condivide l'ipotesi di un ritocco a settembre, stimando poi tassi stabili fino al termine del 2027. Gli esperti di RBC Bluebay rilevano invece una profonda asimmetria tra i prezzi di mercato e le prospettive industriali. «Se le prospettive di crescita dovessero rimanere deboli, gli aumenti dei tassi effettuati quest’anno potrebbero essere successivamente invertiti nel 2027», aveva preannunciato Bell, intravedendo opportunità sul tratto breve della curva dei rendimenti. Di parere opposto la tesi di ING, secondo cui il giro di vite di giugno potrebbe configurarsi come un puro intervento isolato. Ipotesi confermata anche da Nadia Gharbi, senior economist di Pictet Wealth Management. Secondo cui la mossa non è da inquadrare «come l’avvio di un ciclo di rialzi, bensì come una ricalibrazione volta a ribadire il proprio impegno per la stabilità dei prezzi». Molto dipenderà dalla comunicazione di Francoforte, che diventerà quanto mai cruciale per tranquillizzare i mercati finanziari e rafforzare la credibilità dell’eurozona in una fase così complessa a livello geopolitico.
Bce al bivio: tassi in rialzo dello 0,25%, l'Europa alla prova dei rincari
La guerra in Medio Oriente e le conseguenti pressioni inflazionistiche hanno imposto a Francoforte una stretta per difendere la stabilità dei prezzi












