Il 30 ottobre 2023, mentre si avvicinava il mio sessantanovesimo compleanno, sono entrato in un negozio di musica poco distante da casa mia, nella periferia sud di Milano, per comprare un mandolino. Sembrava che ne sarei uscito a mani vuote anche se il negozio è grande, con lunghe file di chitarre e strumenti orchestrali su ogni parete, e il pavimento è occupato da pianoforti e tastiere. Ma alla fine li ho adocchiati, su in alto, in un angolo polveroso: due mandolini, uno folk, con il fondo piatto, e l’altro classico, bombato. Dopo averli tirati giù con l’aiuto di una scala, il commesso ha dovuto ripulirli. L’Italia sarà pure la patria del mandolino, ma entrambi erano fabbricati in Cina.

Ho esitato. Non toccavo un mandolino dall’adolescenza e anche allora mi limitavo a strimpellare. Mia moglie era accanto a me. “Vai”, ha detto.

Franco Matticchio

A casa, ho estratto il mandolino dalla sua custodia. La cassa armonica aveva una forma a goccia della profondità di qualche centimetro, con una finitura in poliuretano marrone oro che ai bordi sfumava nel nero. L’intero oggetto, leggerissimo, era lungo appena mezzo metro. Le otto corde erano disposte a coppie e accordate in quinte, come il violino: sol, re, la, mi. Quando le ho pizzicate con il plettro in dotazione, il suono è emerso, brillante e metallico, dai fori a F collocati su entrambi i lati del ponte regolabile.