Foto UNHCR
Per la prima volta in dieci anni il numero delle persone costrette a fuggire dalla propria casa è diminuito. Alla fine del 2025 erano 117,8 milioni, contro i 123 milioni registrati dodici mesi prima. È un calo significativo ma, come sempre, i numeri bisogna leggerli nel modo corretto. A un primo sguardo la notizia potrebbe sembrare positiva ma, come messo in luce da UNHCR che ha redatto il report, non è ancora, necessariamente, una buona notizia.La riduzione, infatti, dipende in gran parte dal numero elevato di persone tornate nei paesi o nelle aree di origine. Queste nel 2025 sono state 14,7 milioni. Tra queste ci sono quasi 4,4 milioni di rifugiati e 10,3 milioni di sfollati interni. Si tratta del secondo dato più alto degli ultimi sessant’anni per quanto riguarda i ritorni dei rifugiati.Il problema è che quando parliamo di “tornare”, ecco in gran parte dei casi non significa tornare volontariamente, in sicurezza e con la possibilità concreta di ricostruire la propria vita. Questo è uno dei tanti dati che ci deve far pensare e anche capire come avere un passaporto che ci permette di muoverci con totale, o quasi, libertà in tutto il mondo è un privilegio che troppo spesso diamo per scontato. Molti dei rimpatri di cui parliamo, sono avvenuti sotto pressione, in paesi ancora attraversati dalla guerra, dall’instabilità politica, dalla povertà e dalla distruzione dei servizi essenziali. È questo il punto centrale del nuovo Global Trends Report dell’UNHCR: il numero globale è diminuito, ma la crisi dello sfollamento forzato resta enorme e le soluzioni disponibili sono ancora fragili, insufficienti e distribuite in modo profondamente diseguale.Cerchiamo però di spiegare meglio di chi stiamo parlando: i rifugiati sono persone che hanno attraversato un confine internazionale, sono riuscite a farlo nonostante tutto, perché costrette a fuggire da guerra, persecuzioni o violenze. I richiedenti asilo sono invece coloro che hanno presentato una domanda di protezione e attendono una decisione. Gli sfollati interni, infine, sono persone che hanno lasciato la propria casa senza oltrepassare i confini del paese in cui vivevano.Alla fine del 2025 l’UNHCR contava complessivamente 41,6 milioni di rifugiati. Il dato comprende 28,5 milioni di rifugiati sotto il mandato diretto dell’agenzia, circa 6 milioni di rifugiati palestinesi sotto il mandato dell’UNRWA e altri gruppi di persone che si trovano in condizioni assimilabili o che necessitano di protezione internazionale.A questi si aggiungono circa 9 milioni di richiedenti asilo e 68,7 milioni di sfollati interni a causa di conflitti e violenze. Infine sono state 5,4 milioni di persone quelle che hanno dovuto attraversare un confine per cercare protezione in un altro paese. Tornando al dato principale, parlare di 117,8 milioni di persone significa anche dire che quasi una persona ogni 70 abitanti del pianeta nel 2025 è stata costretta a lasciare la propria casa. Visto da queste latitudini il dato è impressionante. Come abbiamo visto, la diminuzione dello sfollamento forzato non deriva principalmente dalla fine delle guerre o dalla risoluzione delle grandi crisi internazionali ma dal fatto che nel 2025 sono rientrati nei propri paesi 4,4 milioni di rifugiati, quasi tre volte il numero registrato nel 2024. Altri 10,3 milioni di sfollati interni sono tornati nelle zone di origine. Nel complesso, dunque, 14,7 milioni di persone sono rientrate nel proprio Paese.I numeri più elevati si sono registrati in Afghanistan, Siria e Sudan. Ma è proprio in questi paesi che la distinzione tra un ritorno e una soluzione duratura diventa più difficile.L’UNHCR nel suo report ci dice che in Afghanistan quasi 2 milioni di rifugiati sono rientrati nel corso del 2025, molti dei quali dall’Iran e dal Pakistan, ma sottolinea anche che una parte consistente dei ritorni è avvenuta in seguito a pressioni, espulsioni, restrizioni amministrative o alla paura di essere rimpatriati forzatamente.Un discorso analogo si potrebbe fare anche per la Siria, dove circa 1,3 milioni di rifugiati sono rientrati nel paese, mentre milioni di sfollati interni hanno fatto ritorno nelle proprie aree di origine. Ma gran parte di questa popolazione continua a vivere in condizioni di estrema precarietà. In Sudan, infine, il ritorno di centinaia di migliaia di persone si è verificato mentre il conflitto continuava a produrre nuovi sfollamenti. Il paese resta la più grave crisi di sfollamento interno al mondo, con circa 9,1 milioni di persone lontane dalle proprie case alla fine del 2025.La fuga che dura anni o decenniC’è poi un’altra parte del rapporto che aiuta a comprendere la reale dimensione del fenomeno. Il 70% dei rifugiati vive in una situazione di esilio prolungato.Per “situazione prolungata” l’UNHCR intende una condizione in cui i rifugiati vivono in esilio da almeno cinque anni dopo lo sfollamento iniziale, senza prospettive immediate di attuare soluzioni durature. Alla fine del 2025, circa 24,9 milioni di rifugiati vivevano situazioni di questo tipo. In alcuni casi l’esilio dura per generazioni e il rapporto ricorda che la durata mediana dell’asilo, in alcune delle regioni analizzate, supera i quindici anni. In altre parole, per una parte consistente dei rifugiati la fuga non rappresenta una parentesi temporanea, ma una condizione che occupa una parte rilevante della vita ed è proprio su questo punto che l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Barham Salih, ha proposto un nuovo obiettivo internazionale: ridurre di oltre la metà entro il 2035 il numero di rifugiati in esilio prolungato e dipendenti dall’assistenza umanitaria.L’idea è quella di passare da un sistema fondato quasi esclusivamente sugli aiuti di emergenza a un modello che permetta alle persone rifugiate di lavorare, studiare, accedere ai servizi pubblici e produrre autonomamente un reddito almeno pari alla soglia di povertà del paese in cui vivono. Se andiamo a vedere l’aspetto territoriale poi, notiamo che oltre il 70% delle persone che necessitano di protezione internazionale proviene da sei paesi: Afghanistan, Sud Sudan, Sudan, Siria, Ucraina e Venezuela.Il Venezuela resta il principale paese di origine per numero complessivo di persone rifugiate o bisognose di protezione internazionale, con oltre 6 milioni di cittadini all’estero. Molti vivono in altri paesi dell’America Latina, soprattutto in Colombia.La Siria continua a rappresentare una delle più grandi crisi di rifugiati al mondo, nonostante i ritorni registrati nel 2025. Milioni di siriani vivono ancora in Turchia, Germania, Libano, Giordania e altri paesi.Il numero di rifugiati sudanesi è invece aumentato rapidamente negli ultimi anni a causa del già citato conflitto iniziato nel 2023. Alla fine del 2025 quasi 3 milioni di sudanesi si trovavano fuori dal paese, mentre altri 9,1 milioni erano sfollati all’interno dei confini nazionali.Anche la guerra in Ucraina continua a produrre spostamenti di popolazione. Milioni di cittadini ucraini vivono in altri paesi europei o risultano sfollati all’interno del paese. La diminuzione globale del 2025, quindi, non coincide con una riduzione uniforme delle crisi. Alcune situazioni hanno registrato molti ritorni, mentre altre hanno continuato a produrre nuovi sfollamenti.Le domande di asilo e le protezioni temporaneeIl Global Trends Report 2025 dell’UNHCR ci dice che nel corso del 2025 sono state presentate circa 2,8 milioni di nuove domande individuali di asilo. Complessivamente quindi, includendo anche i ricorsi e altre procedure, 4,7 milioni di persone hanno presentato o rinnovato una richiesta di protezione internazionale. Alla fine dell’anno poi, erano ancora pendenti circa 9 milioni di domande. Significa che milioni di persone vivevano nell’incertezza, in attesa che le autorità decidessero se riconoscere o meno il loro diritto alla protezione.Nel 2025 circa 737.000 persone hanno ottenuto lo status di rifugiato attraverso procedure individuali, mentre altre 945.000 hanno ricevuto forme di riconoscimento collettivo o di gruppo. Circa 930.000 persone hanno ottenuto una protezione temporanea.Sempre meno persone raggiungono un paese attraverso il reinsediamentoI ritorni nel paese di origine non sono l’unica soluzione possibile. Per i rifugiati più vulnerabili esiste anche il reinsediamento in un paese terzo, oppure ci possono essere i ricongiungimenti familiari, i (pochi) corridoi umanitari, i permessi di lavoro e le borse di studio. Ma l’UNHCR ci dice che nel 2025 queste opportunità si sono ridotte. Soltanto 81.800 rifugiati infatti hanno raggiunto un nuovo paese attraverso programmi di reinsediamento o sponsorizzazione. Il numero è diminuito di oltre la metà rispetto alle circa 188.800 persone del 2024.Quattro milioni e mezzo di persone senza cittadinanzaIl rapporto dedica un capitolo intero anche ad un tema di cui non si parla spesso: l’apolidia. Alla fine del 2025 erano circa 4,5 milioni le persone senza una cittadinanza riconosciuta. Questo dato però, bisogna leggerlo con discrezione. Quasi sicuramente infatti, si tratta di una sottostima, perché molti paesi non raccolgono o non comunicano dati completi. Essere apolidi significa non essere considerati cittadini da nessuno Stato e può impedire l’accesso alla scuola, al lavoro regolare, alle cure, alla registrazione delle nascite e ai documenti di identità.La popolazione apolide più numerosa è quella rohingya. Circa 1,8 milioni di persone appartenenti a questa minoranza sono prive di cittadinanza. Molte vivono nei campi profughi del Bangladesh dopo essere fuggite dal Myanmar.Leggi anche: Il rischio Covid-19 nei campi profughi: il caso Rohingya in BangladeshLa situazione in ItaliaAlla fine del 2025 in Italia vivevano più di 132.000 beneficiari di protezione internazionale, circa 234.000 richiedenti asilo e oltre 60.000 cittadini ucraini con protezione temporanea. Le persone apolidi presenti nel paese sono stimate intorno alle 3.000.L’Italia, come si legge nel comunicato UNHCR, è anche uno dei paesi donatori dell’UNHCR e negli ultimi anni ha sviluppato alcune esperienze riconosciute a livello internazionale per l’apertura di canali regolari e sicuri, dai corridoi umanitari a quelli universitari e lavorativi.Si tratta però di strumenti che riguardano numeri ancora limitati. La grande maggioranza delle persone che cerca protezione continua ad arrivare attraverso rotte irregolari e pericolose, soprattutto nel Mediterraneo, oppure presenta domanda dopo essere entrata nel paese in altro modo.Il caso italiano mostra quindi la stessa contraddizione visibile a livello globale: esistono modelli di inclusione, accesso al lavoro e ingresso sicuro, ma restano circoscritti e non riescono ancora a diventare una componente strutturale delle politiche di protezione.












