Un tesoro dimenticato. Da quando, nel maggio del 2017, The Economist titolava ‘The world’s most valuable resource is no longer oil, but data’ ovvero ‘Il bene più prezioso al mondo non è più il petrolio, ma i dati’, sono passati nove anni senza un reale salto di qualità nella sua protezione. Soprattutto in un contesto dominato dalle Pmi qual è quello italiano. Al punto che un’azienda su due non saprebbe nemmeno dove i propri dati vengano conservati. A rilevarlo un’indagine sul cosiddetto ‘data hosting’ condotta tra marzo e maggio dal ‘digital enabler’ Team.Blue coinvolgendo un campione di 2mila Pmi sparse tra Belgio, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito e Italia.

La localizzazione dei dati starebbe diventando una priorità anche per clienti e manager tanto che un’azienda su cinque starebbe valutando o avrebbe già avviato il trasferimento dei propri dati verso provider o infrastrutture collocate rigorosamente sul territorio europeo. In particolare, il 57% dei rispondenti dichiara di non sapere se il proprio ‘cloud partner’ possa garantire l’archiviazione dei dati entro i confini europei mentre il 72% non può escludere che dati e analytic siano conservati negli Stati Uniti.

“In un contesto normativo sempre più articolato che include U.S. Cloud Act ed Eu Data Act, la ‘data sovereignty' passa da tema tecnico a scelta operativa - commenta Claudio Corbetta, group Ceo di Team.Blue - Trasparenza e governance del dato diventano, a loro volta, un elemento chiave di fiducia e, soprattutto, di competitività dell’azienda”. Ampio e eterogeneo risulta, infine, il ventaglio di scelte delle aziende in termini di ‘data storage’: il 32,1% degli intervistati dichiara di conservare i dati con Team.Blue che precede Google Cloud (13.2%) e Microsoft Azure (13%). Un ulteriore 13% di Pmi gestisce soluzioni in autonomia mentre il 6% vive nell’incertezza.