ROMA. «Guido, non me la sento di portarla avanti, troppi contrasti tra i miei e troppi rischi che venga vista erroneamente dai cittadini come la fine del rapporto fiduciario con il proprio medico di famiglia». Così ieri Giorgia Meloni ha pronunciato a un avvilito Bertolaso il de profundis della riforma della medicina territoriale fortemente voluta dal ministro della Salute, Orazio Schillaci. Che come primo obiettivo aveva quello di riempire di dottori le Case di comunità, che entro il 30 giugno devono funzionare per non perdere i due miliardi di finanziamento Pnrr. Il Governo cercherà ora di raggiungere l’obiettivo inserendo in un nuovo e snello accordo di lavoro l’obbligo per i medici di famiglia di lavorare almeno sei ore a settimana nelle nuove strutture, impegno che andrebbe poi via via a salire per chi ha meno di 1.500 assistiti. L’altra strada, più veloce, a cui si sta pensando è un emendamento da immettere al volo in uno dei decreti legge in discussione. Il resto della riforma, ossia il pagamento dei medici per quello che fanno e non per il numero di pazienti, la formazione universitaria e il pediatra fino a 18 anni, verrebbe rinviato a un successivo provvedimento. Previa intesa con i medici di famiglia che da subito hanno alzato le barricate contro l’ipotesi, paventata dalla stessa riforma ma ora definitivamente tramontata, di poter assumere una piccola parte di loro come dipendenti per coprire gli organici delle strutture dove nessuno sembra volere andare, visto che secondo l’ultimo rapporto di Agenas solo il 4% delle Case di comunità, i maxi ambulatori aperti 7 giorni su 7, h24, funziona al momento a pieno regime. Le regioni beffate Fatto è che nonostante tutte le Regioni guidate dal centrodestra avessero dato pieno appoggio a Schillaci, da parte di Lega, Forza Italia e parte di FdI si è alzato il muro contro la riforma, invisa anche dall’Enpam, l’ente previdenziale dei medici da sempre guidato dal sindacato dei medici di base Fimmg e che con i suoi 32 miliardi di patrimonio è riuscito a trovare orecchie sensibili alle sue richieste. All’assessore lombardo alla Salute, Guido Bertolaso, sceso apposta a Roma «per convincere la premier», è così toccato prendere atto del dietrofront comunicato a lui e ai suoi colleghi nell’incontro con il capo di Gabinetto del ministero, Marco Mattei. Una riunione dalla quale l’ex capo della Protezione civile è uscito sbattendo la porta dopo aver espresso «profondo dissenso e immensa amarezza» ed essersi dimesso dal ruolo di vice coordinatore della Commissione Salute, che è il parlamentino degli assessori regionali alla Sanità. Il Pd all’attacco «È l'ennesimo fallimento del governo della destra, che arriva alla fine della legislatura senza aver messo in campo uno straccio di strategia per la sanità pubblica. Così di rischia di perdere i finanziamenti del Pnrr», commenta il presidente dei senatori Pd, Francesco Boccia. Che chiede a Schillaci di chiarire al Senato la vicenda.
Medici di famiglia, addio riforma. Meloni: “Troppi contrasti, non me la sento”. Cosa succede adesso
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