di
Giovanni Bianconi
Dalle carte dell'inchiesta della procura di Roma emerge il modus operandi di Vincenzo Virgiglio
Per i pubblici ministeri che lo accusano di corruzione e utilizzazione di segreti d’ufficio, l’imprenditore reggino Vincenzo Virgiglio aveva un metodo preciso e sperimentato per «arruolare» i giudici contabili alla causa del Ponte sullo Stretto. Un approccio che i pm descrivono così: «Avvicinare il magistrato, assicurarsene l’appoggio, garantirgli il coinvolgimento in associazioni, convegni, presentazione di persone poste in ruoli apicali pubblici in grado di favorirne gli sviluppi professionali». Allo scopo di chiederne la collaborazione al perseguimento dei propri interessi. Nelle vesti, sembra di capire, di ipotetico mediatore e quindi complice dei presunti corruttori.
Con l’ex presidente aggiunto della Corte dei conti Tommaso Miele, secondo l’accusa, questo tipo di approccio «assume, allo stato attuale delle investigazioni, carattere corruttivo». Sfruttando una conoscenza che deriva dal fatto di abitare a Roma nello stesso palazzo del quartiere Trieste, e l’aspirazione del giudice ad assumere nuovi incarichi lavorativi dopo aver raggiunto nel febbraio scorso l’età della pensione. Virgiglio e il terzo indagato dell’inchiesta Giacomo Francesco Saccomanno (già commissario della Lega in Calabria e fino ad aprile consigliere della Società per azioni Stretto di Messina) facevano al caso suo potendo assicurargli «per il tramite dell’associazione “Accademia Calabria” e delle loro entrature, l’allargamento della platea di soggetti in grado di favorirne le aspirazioni professionali».










