HomeComoCronacaIl finto suicidio di Ramona. Si è aperto il processo. Alla sbarra il compagnoComo, sarà una perizia psichiatrica a stabilire la capacità di intendere dell’uomo. Per il pm la trentanovenne venne strangolata con la cintura dell’accappatoio. .Il processo si è aperto ieri davanti alla Corte d’Assise di ComoRicevi le notizie de Il Giorno su GoogleSeguiciIl processo per la morte di Ramona Rinaldi si è aperto ieri davanti alla Corte d’Assise di Como, ma sarà una perizia psichiatrica a stabilire la capacità di intendere e volere, e le reali condizioni mentali dell’unico imputato, il compagno della vittima, Daniele Re, trentacinquenne di Veniano. La donna era stata trovata la mattina del 21 febbraio dello scorso anno, morta a 39 anni, nel bagno della sua abitazione, a causa di un apparente suicidio. Secondo il pubblico ministero Antonia Pavan, fu invece un omicidio volontario, commesso dall’imputato, dopo averla colpita ripetutamente a calci, per poi strangolarla utilizzando la cintura dell’accappatoio, simulando un suicidio.

Arrestato a luglio dello scorso anno, e tuttora detenuto, l’uomo non ha mai ammesso quelle accuse. Ieri, in apertura di processo, il difensore Alessandra Angelelli, ha chiesto per lui la perizia psichiatrica, che alla prossima udienza sarà affidata allo psichiatra Nicola Poloni. Il pubblico ministero ha ricordato alla Corte, che Re, da quanto emerso durante le indagini, risulta affetto da un disturbo paranoide di personalità, ma non da un disturbo psicotico, tale da "alterare il contatto con la realtà". Non solo in precedenza, ma anche durante le periodiche valutazioni della commissione multidisciplinare del carcere di San Vittore, l’uomo avrebbe mostrato "anomalie comportamentali", ma con un "pensiero sempre lucido e coerente, esprimendosi con un eloquio corretto, senza mai manifestare sintomi psichiatrici maggiori o deliranti". Per arrivare a formulare l’accusa di omicidio volontario, le indagini, condotte dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Como, hanno passato in rassegna ogni dettaglio. Oltre alle testimonianze, da cui era emersa una forma ossessiva dell’uomo verso la compagna, anche accertamenti tecnici, tra cui il monitoraggio dei consumi di energia elettrica di quella notte. L’ipotesi è infatti che il delitto fosse stato conseguenza di un litigio, nel quale Daniele Re avrebbe preso a calci la compagna, per poi strangolarla con la cintura dell’accappatoio o un laccio, trascinarla in bagno e appenderla alla barra di supporto della doccia, simulandone il suicidio. Re è inoltre accusato di maltrattamenti, per i controlli serrati della vita privata della donna, le intrusioni e i pedinamenti: l’ultimo era avvenuto il 20 febbraio, il giorno prima della morte: poi il litigio a casa, e l’allarme lanciato alle 5 del giorno successivo, quando aveva detto ai soccorritori che la compagna si era tolta la vita in bagno. Nel processo si sono costituite parte civile la sorella e la madre della vittima, con l’avvocato Giovanna Petazzi.