Lo scorso anno ha debuttato al Festival di Cannes – nell Certain regard – lungometraggio d’esordio molto atteso (dopo un corto e videoclip come Take me to the South con Sage + The Saints) di una diva contemporanea quale Kristen Stewart, figura luminosa che il pubblico adora, e che intanto è tornata sugli schermi (della Croisette) ma come interprete per Quentin Dupieux in Full Phil – un’altra storia di padre e figlia anche se non della stessa ferocia di questa.

The Chronology of Water, La cronologia dell’acqua arriva ora nelle sale italiane ma il tempo prolungato è qualcosa che fa parte di un progetto iniziato da Stewart quasi dieci anni fa, che lei ha continuato a sostenere con amore e ostinazione fra battute d’arresto e ripartenze e una lunga e faticosa ricerca dei finanziamenti di fronte alla poca disponibilità dell’industria hollywoodiana a investire in una storia di autodistruttività e dolore. All’origine c’è il memoir di Lidia Yuknavitch, La cronologia dell’acqua (pubblicato in Italia da nottetempo nel 2011) in cui l”autrice ripercorre violenze, traumi e cicatrici della sua infanzia e adolescenza devastate dagli abusi sessuali del padre, dal silenzio compiacente (e psicotropo) della madre, dalla fuga dell’amatissima sorella maggiore per salvarsi da quelle stesse violenze che aveva subito prima di lei.