C'è un verso che in Italia conoscono tutti, anche chi giura di non saperlo: «Il suo nome era Cerutti Gino, ma lo chiamavan drago». Quello che quasi nessuno sa è che a scriverlo non fu Giorgio Gaber, ma un uomo nato a Milano nel 1926 e morto nel 1998, il cui nome — è questo il punto — era Umberto Simonetta.

Venerdì 12, al Piccolo Teatro Grassi, per «Milano per Gaber 2026», provo a restituirgli quel nome. Perché Simonetta è il grande rimosso della canzone e forse della cultura milanese. Scrittore di romanzi e di copioni, per la radio, la rivista, la televisione e perfino il cinema, fu sottovalutato dalla critica alta esattamente perché troppo popolare, troppo bravo a far ridere: una colpa, da noi, dove il successo largo viene guardato con diffidenza.

Eppure, quando nel 1972 Gaber si presenta in tv accanto a Mina, davanti al pubblico più vasto possibile, mentre in teatro sta ormai lavorando esclusivamente con Sandro Luporini, sceglie di cantare le sue hit: quattro canzoni e un monologo su sei portano la firma di Simonetta. Anche dopo l'invenzione del Teatro Canzone, sa di dovere a quei testi una parte di sé.

Giorgio Gaber, a 20 anni dalla morte la sua complessità ci parla ancora

Il sodalizio nasce nel 1960, quando Gaber è ancora un Corsaro in coppia con Jannacci. Il primo testo di Simonetta per loro è una ninnananna paradossale, «Dormi piccino», dove il babbo che il bimbo aspetta sta «penetrando in un'officina a scopo di furto e di rapina». C'è già tutto: i balordi, la periferia, la tenerezza dentro il delitto minimo. Pochi mesi dopo arriva «Una fetta di limone», la contro-serenata di un ragazzotto a una ricca «tardona» che lui respinge per chiederle, alla fine, solo una fetta di limone nel tè: settenari martellanti, rime e assonanze, una gag teatrale travestita da canzone.