Ora è ufficiale: la riforma dei medici di famiglia che prevedeva, tramite decreto legge, l'inserimento dei medici di famiglia nelle Case di Comunità e il passaggio alla dipendenza per una parte di loro è stata ritirata. La decisione che era già nota da giorni - come raccontato più volte dal Sole 24 ore - sarebbe stata comunicata dal capo di gabinetto del ministero della Salute Marco Mattei agli assessori regionali alla sanità. Il decreto dovrebbe esser sostituito da un accordo da approvare nell'atto di indirizzo della convenzione con la medicina di famiglia, vicino al rinnovo. L'idea è di prevedere lì dentro un impegno orario di almeno sei ore a settimana da spendere dentro le Case di comunità. Ma il tempo stringe visto che a fine giugno c'è la scadenza del Pnrr che prevede come target minimo l'apertura e il funzionamento di almeno 1038 Case di comunità, i maxi ambulatori dove i cittadini troveranno visite, primi esami e prevenzione. Il rischio ora è che diverse strutture - soprattutto al Centro Sud dove si registrano i maggiori ritardi - si trasformino in scatole vuote senza personale medico e servizi.

Il clamoroso stop della Meloni e della maggioranza

Il testo, presentato dal ministro della Salute Orazio Schillaci alla Conferenza delle Regioni e poi da queste rielaborato, non era mai stato presentato formalmente ma era diventato oggetto di polemiche e scontro con i sindacati che chiedevano di essere coinvolte nelle scelte che li riguardano in prima persona. Quello che colpisce di questa vicenda è però il clamoroso stop piovuto da dentro la stessa maggioranza alla riforma su cui aveva lavorato Schillaci per settimane trovando anche l'accordo delle Regioni. Che avevano fatto pressing proprio sul ministro per trovare misure urgenti come l'assunzione come dipendenti di un contingente di dottori per riempire le Case di comunità più sguarnite. Un'opzione vista come fumo negli occhi dai sindacati, in particolare la Fimmg pronta a scioperi e proteste per difendere l'attuale convenzione con il Ssn (i camici bianchi sono dei liberi professionisti), “minacce” che hanno convinto i partiti di maggioranza - prima Forza Italia e poi Fdi e Lega - e la stessa premier Giorgia Meloni a fare retromarcia.