Pubblicato il: 10/06/2026 – 18:14

L’esperto di diritto del lavoro, Franco Giampà analizza il decreto 62/2026 sul “salario giusto”, che lega le retribuzioni ai contratti collettivi delle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Pur condividendo l’obiettivo di garantire una retribuzione conforme all’art. 36 della Costituzione, evidenzia un problema centrale: l’assenza di una legge che definisca in modo oggettivo la rappresentatività sindacale nel settore privato. Per l’avvocato, questo vuoto normativo rende l’applicazione incerta e potenzialmente foriera di contenziosi, anche perché il decreto estende il riferimento ai contratti leader all’intero trattamento economico. Per questo richiama la necessità di un intervento legislativo che certifichi la rappresentatività sindacale, sul modello del pubblico impiego, così da garantire maggiore certezza e uniformità.

Il decreto-legge 62/2026, appena convertito, introduce il “salario giusto” ancorandolo ai contratti delle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Qual è il suo giudizio da esperto?

Il decreto ha un impianto tecnico solido e persegue obiettivi che qualsiasi cultore del diritto del lavoro non può che condividere: dare attuazione al principio costituzionale della retribuzione sufficiente ex art. 36. Il legislatore ha scelto – ed era una scelta possibile – di ancorare la nozione di “salario giusto” ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. È una tecnica normativa che ha precedenti nel nostro ordinamento e che la Corte costituzionale, a determinate condizioni, ha ritenuto compatibile con l’art. 39 Cost.