Le Ragioni di Israele
Marco Campione
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Da amico di Israele, e da sostenitore della prospettiva “due popoli, due Stati, due democrazie”, ho letto con attenzione un articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio del 3 giugno. Le posizioni di Ferrara su Israele e Medio Oriente sono note e in larga parte condivisibili, e il suo editoriale polemizza in particolare con l’aggettivo “indebita” riferito dal Presidente Mattarella all’azione israeliana. Con la sua vis polemica, e senza mancare di rispetto al Capo dello Stato, Ferrara denuncia le timidezze europee sul conflitto mediorientale e solleva un tema trascurato: l’inerzia ventennale di Europa e amministrazioni democratiche americane ha pesanti responsabilità nell’incancrenirsi del problema iraniano e jihadista deflagrato il 7 ottobre 2023. Fingere di non vederlo è disonestà intellettuale.
Se prendiamo sul serio il “film” e non solo l’istantanea, dobbiamo riconoscere che da qualche mese, anche grazie a Trump e Netanyahu, si è aperta una fase nuova. Israele ha vinto le sue guerre tattiche: Hamas e Hezbollah decapitate, Assad caduto, l’Iran colpito. Restano i nodi strategici: Cisgiordania senza orizzonte e Gaza senza governance, Libano fragile, Siria incerta, Teheran indebolita ma proprio per questo più pericolosa. La domanda è sempre meno “chi ha ragione”. La domanda necessaria è come evitare una ri-escalation. Prima sfida della fase è quindi non peggiorare ulteriormente il quadro. Gli equilibri attuali sono fragili. Il passaggio successivo è accompagnare la soluzione abbozzata negli accordi di Doha del 2025 che consenta di favorire sviluppi positivi. Trump ha leve su Netanyahu e sui sauditi che nessun altro avrebbe, e in alcuni momenti le ha usate, come nella pressione sul governo israeliano per gli ostaggi. Ma il suo registro è la rottura, non il mantenimento. Qui entrano in gioco gli Stati arabi sunniti, in particolare Arabia Saudita ed Emirati. Riad sa dire no a Washington e usarne le leve; gli Emirati hanno interesse diretto a una Gaza e a una Cisgiordania non guidate da Hamas. Sono loro, oggi, il fattore di stabilizzazione con cui fare sponda.







