I salari, sempre molto bassi. Non tanto quelli nominali, che dal 2020 sono cresciuti del 3,1%. Ma quelli reali, cioè al netto dell’inflazione. Quelli che misurano concretamente il potere d'acquisto. L’ultimo allarme arriva dall’Ufficio parlamentare di bilancio, nel suo Rapporto sulla politica di bilancio. Secondo cui il mercato del lavoro italiano ha continuano sì a espandersi, ma “con salari reali molto bassi”.Nel 2025 gli occupati sono aumentati di circa 180 mila unità e il tasso di disoccupazione è sceso al 6,1%, dato rivendicato negli scorsi giorni da Giorgia Meloni. Ma si tratta spesso di lavoro “povero”, se si considera la media dei salari reali che, secondo l’Upb, rimangono inferiori di oltre l’8% rispetto a sei anni fa.Un dato, quello sui salari reali in difficoltà, confermato anche da altri report. Come quelli dell’Istat, o dell’Ocse. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’Italia rappresenta un caso quasi unico tra i Paesi avanzati. Se si guarda all’andamento delle retribuzioni reali dal 1990 a oggi, il potere d’acquisto dei lavoratori italiani è rimasto sostanzialmente fermo, mentre nella media dei Paesi Ocse è cresciuto di oltre il 30%. Un divario che si è ampliato soprattutto negli ultimi anni, con l’impennata dell’inflazione che ha eroso gran parte degli aumenti salariali ottenuti attraverso i rinnovi contrattuali.Anche il Rapporto Istat 2025 evidenzia come il recupero delle retribuzioni sia ancora incompleto. Tra il 2019 e il 2024 i salari hanno perso oltre il 10% del loro valore reale, nonostante i recenti incrementi nominali. In altre parole, gli stipendi sono aumentati sulla carta, ma non abbastanza da compensare il rincaro dei prezzi. Il risultato è che milioni di lavoratori dispongono oggi di un potere d’acquisto inferiore rispetto a quello di pochi anni fa, mentre altri Paesi europei hanno recuperato più rapidamente le perdite provocate dalla crisi inflazionistica.