Per la Commissione europea, l'azienda di Mark Zuckerberg non può costringere le concorrenti a pagare per farsi ospitare sull'app di messaggistica da 3 miliardi di utenti

Lo scontro fra Big Tech e Ue si riaccende. E il tema è sempre lo stesso. Da un lato le istituzioni europee chiedono che vengano rispettate le regole antitrust. Dall'altro le grandi aziende (americane) della tecnologia vedono negli obblighi di Bruxelles un ostacolo alla competitività. L'ultima a tornare sul campo di battaglia è Meta. Martedì la Commissione europea ha ordinato all'azienda di Mark Zuckerberg di ripristinare l'accesso gratuito a WhatsApp ai chatbot d'intelligenza artificiale sviluppati da aziende concorrenti. Una misura che è stata fortemente contestata da Meta stessa, che ha già annunciato il ricorso in appello: «Si tratta di un abuso normativo finanziato dalle numerose aziende europee che versano i contributi. Presenteremo ricorso», ha riferito un portavoce dell'azienda a diverse testate.

Il problema dell'accesso gratuito a WhatsAppLa chiave di lettura della decisione europea sta tutta nell'accesso gratuito all'app di messaggistica. Oggi, infatti, le compagnie rivali possono comunque usare WhatsApp come piattaforma di distribuzione dei propri chatbot pagando per l'uso delle cosiddette Api, delle interfacce informatiche che permettono a diversi software o servizi digitali di dialogare. Ma da marzo, chi vuole offrire il proprio chatbot alla vasta platea di utilizzatori di WhatsApp (nel 2025 sono stati raggiunti i 3 miliardi di user) deve mettere mano al portafoglio.