L'autrice racconta il desiderio e la felicità al tempo dei social: "Non saper più aspettare distrugge l'amore"
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Esistono ancora in Italia scrittrici capaci di leggere l'animo umano e raccontarlo, senza rifugiarsi nelle mode, nelle ideologie o nei conformismi. Sono meno numerose di quanto si creda. E per questo, quando le incontri, vale la pena fermarsi ed ascoltarle. Ho conosciuto qualche giorno fa Chiara Baldi, trentasei anni, piemontese, un piccolo paesino dell'Astigiano alle spalle e una qualità sempre più rara nel panorama letterario contemporaneo: non scrive per esibirsi, scrive perché ha qualcosa da raccontare. Ha pubblicato solo un romanzo, L'erede della felicità (Mondadori Electa) ma scrive e osserva il mondo con quell'occhio attento di chi vuole scavare oltre le apparenze.Chiara sa che la felicità non è un obiettivo da raggiungere né un prodotto da consumare. È una ricerca. Un'assenza che continua a interrogarti. Il merito del suo libro è proprio questo: non offrire risposte facili, costringere a farsi domande. Mi racconta di avere quasi terminato il secondo romanzo. Quattro donne, quattro amiche, esprimono un desiderio la sera di Capodanno, e si danno un anno di tempo per esaudirlo. Ma il cuore della storia non è il desiderio. È l'amicizia. Un tema quasi rivoluzionario in una società che parla continuamente di relazioni e produce quantità industriale di solitudine. L'amicizia tra donne. Tema delicato. Tema quasi proibito.Chiara insiste nel dire che viviamo in un tempo che celebra continuamente la solidarietà femminile, ma che allo stesso tempo alimenta una competizione incessante tra donne. Non è una contraddizione marginale. È uno dei grandi paradossi della nostra epoca. Mai come oggi le donne hanno conquistato spazi, autonomia, visibilità e libertà. Eppure mai come oggi sono sottoposte a un giudizio permanente. I social network hanno costruito la più grande vetrina umana della storia. Una vetrina nella quale tutti osservano tutti e nella quale il confronto è diventato una forma di vita quotidiana. Chi è più bella. Chi è più giovane. Chi ha più successo. Chi viaggia di più. Chi guadagna di più. Chi appare più felice. È una gara continua che spesso viene scambiata per libertà. Ma la libertà non consiste nell'esporre continuamente se stessi. Allora le chiedo cosa sia per lei la libertà: "Non avere bisogno dell'approvazione degli altri". E invece il nostro tempo sembra aver trasformato il riconoscimento pubblico in una necessità psicologica. Non riguarda soltanto le donne, naturalmente. Riguarda tutti. Ma sulle donne questa pressione appare particolarmente feroce. Si continua a chiedere loro di essere brillanti ma non troppo. Ambiziose ma non aggressive. Attraenti ma non vanitose. Forti ma rassicuranti. Un equilibrio impossibile. Così la competizione diventa inevitabile e l'amicizia autentica diventa più difficile. Non impossibile. Ma più difficile.Chiara si pone una seconda riflessione. Ancora più inquietante. Che cosa è successo all'amore? Anche l'amore è stato investito dalla rivoluzione digitale. Ci avevano promesso più connessioni. Più opportunità. Più incontri. Abbiamo ottenuto soprattutto più velocità. Si conosce una persona con un clic. La si giudica in pochi secondi. La si contatta immediatamente. La si sostituisce altrettanto rapidamente. Tutto è diventato accessibile. E proprio per questo tutto sembra diventato meno prezioso. Le relazioni sentimentali assomigliano sempre più a un mercato e sempre meno a una scoperta. Si scorrono profili come si sfogliano cataloghi. Si accumulano contatti senza costruire intimità. Si conversa continuamente e ci si comprende sempre meno. Durante la nostra conversazione Chiara mi ha posto una domanda tanto semplice quanto spietata. "Secondo te Dante si sarebbe innamorato di Beatrice nello stesso modo se avesse avuto uno smartphone?". La risposta probabilmente è no. Perché Dante non si è innamorato soltanto di una donna. Si è innamorato di una presenza distante, di un'attesa, di un desiderio alimentato dal tempo. Noi abbiamo eliminato il tempo. Abbiamo eliminato l'attesa. Abbiamo eliminato la distanza. E insieme a loro rischiamo di aver eliminato anche una parte dell'immaginazione. L'attesa di una lettera. L'attesa di una telefonata. L'attesa di un incontro.Per secoli l'attesa non è stata un vuoto. È stata uno spazio creativo. Il luogo in cui crescevano il desiderio, la speranza, perfino la capacità di amare. Oggi l'attesa viene vissuta come un'anomalia da correggere. Se un messaggio non riceve risposta dopo pochi minuti nasce l'ansia. Se una relazione richiede tempo nasce l'insofferenza. Se qualcosa non accade subito perdiamo interesse. Mi fa notare che siamo diventati impazienti di tutto. Perfino dei sentimenti. Forse è questo il vero tema che una scrittrice di trentasei anni mi ha aiutato a comprendere. Non stiamo perdendo la capacità di comunicare. Stiamo perdendo la capacità di aspettare. Eppure l'amore, quello vero, non nasce dalla disponibilità immediata. Nasce da ciò che resiste al nostro controllo. Cresce nel tempo, si nutre dell'assenza, prende forma nello spazio che separa il desiderio dal suo compimento. Chi non sa aspettare vuole possedere. Chi sa aspettare impara ad amare. Per questo il problema non è la tecnologia. Il problema è l'idea che ogni attesa sia uno spreco e che ogni distanza debba essere cancellata. Ma alcune delle cose più importanti della vita accadono proprio lì: nel tempo che non possiamo accelerare. Un sentimento. Una fiducia. Un amore.









