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Viviana Cassini presidente Casa delle Donne di Brescia denuncia la difficoltà nel trovare un posto protetto
Una protezione per le donne e figli minori vittime di violenza che devono allontanarsi dalla loro abitazioni, ma i posti non sono sufficienti per tutte. La distribuzione delle case rifugio evidenzia una forte disomogeneità sul territorio lombardo e, soprattutto, un’insufficienza di posti per tutte. A evidenziarlo è il rapporto PoliS - Lombardia, istituto regionale per il supporto alle politiche della Regione. In Lombardia sono 145 le case rifugio, strutture dedicate a indirizzo riservato o segreto, che ospitano a titolo gratuito le donne (e figli, anche se c’è un 1,4% di strutture che non li prevede), garantendo loro protezione. Circa il 92% degli enti promotori sono soggetti privati che operano nel sostegno e nell’aiuto alle donne vittime di violenza, mentre solo l’8% è un ente locale. La maggior parte si trova tra Milano (45) e Brescia (36); Mantova ne ha 20, Bergamo 19. Questa disomogeneità (che riguarda anche i posti disponibili) rappresenta già un problema, perché capita che la donna debba essere trasferita in un Comune o una provincia diversa da quella del maltrattante, ma senza una rete ‘forte’ ovunque si fa fatica a garantire questa misura di sicurezza. La capacità ricettiva complessiva risulta cresciuta (+5,2%) rispetto al 2023, ma è calato il numero medio di posti letto per struttura, per effetto dei nuovi requisiti necessari per iscrivere la casa rifugio al nuovo albo regionale. Nel corso del 2024, le strutture sono state, così, in grado di ospitare 712 donne (con 770 figli e figlie), di cui 134 presenti a inizio anno e 578 accolte durante l’anno. Brescia è la provincia che ha ospitato più donne (225), seguita da Milano (168) e Bergamo (85). Nonostante la grande risposta, non è stato possibile ospitare 229 donne (di cui 42 con figli). Il territorio bergamasco è stato quello maggiormente in sofferenza con una richiesta che non sempre è stata soddisfatta per mancanza di disponibilità di posti (73 donne). "Trovare un posto per le donne in protezione è complesso – commenta Viviana Cassini, presidente Casa delle Donne di Brescia –. Il problema, però, è complesso: non è solo un tema di numero di posti, quanto delle criticità dell’intera filiera delle case rifugio, perché manca lo sbocco finale anche quando il percorso è finito. Noi abbiamo 4 donne, indipendenti dal punto di vista economico, con contratti a tempo indeterminato, con figli inseriti a scuola, ma non trovano appartamenti in cui andare ad abitare. Anche per le case pubbliche, su 15 donne iscritte, solo 2 hanno diritto di prelazione, ma le graduatorie sono troppo lunghe rispetto ai posti messi a disposizione. Se ci fosse un flusso più fluido, sarebbe anche più facile avere più posti disponibili per le donne in entrata".






