Sarà forse perché all’Inferno ci stiamo già – e da tempo – che i Boards of Canada hanno così intitolato la loro ultima fatica dopo tredici anni di silenzio – inconsapevolmente strappando così l’Alighieri al monopolio didattico-moraleggiante dei Benigni? Questi settanta minuti esatti di musica tanto magistralmente intessuta di riferimenti religiosi eso- ed essoterici, di campionamenti oltretombali, di frequenze ad onde corte, di nostalgie analogiche pre-Dolby bagnate di stoltezza artificiale, di allacci, rimandi e rimpalli tra reale e virtuale, mass e social media, transistor e bit, cosa sono esattamente?

Ripetizione stanca di fasti creativi spesi da tempo o fioriture di urgente bellezza nelle nostre orecchie anelanti? Infine: qualcuno diceva (rosicando) che niente invecchia come l’avanguardia, Paul Valèry che il futuro non è più quello di una volta, Mark Fisher e Simon Reynolds partivano da Jacques Derrida per dire che il presente è retro-passivo, orfano della modernità ed incapace di pensare il futuro (insomma, che è una merda): vivere in questo eterno presente post-storico ha trasformato anche i Boards of Canada in epigoni di se stessi?

SONO TUTTI DILEMMI evocati dall’ascolto di questo scintillante disco (!) dei fratelli scozzesi, gli unici in grado far piangere e ridere le macchine che usano e di dare spessore emotivo – e critico – all’ebetudine vintage di hipster carta di credito-muniti che imperversano nelle liquefacentesi metropoli del Nord del mondo. quoteUn’opera che canta la malattia religiosa in un tempo di guerra permanente