C’è un tempo per tutto, ci ammonisce l’Ecclesiaste. A quell’indicazione non si può sfuggire. Certamente, l’assunto non va eluso nemmeno dall’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi.
Come dice un altro assunto, questa volta assai comune tra le persone, non si finisce mai di imparare. Infatti, chi avrebbe potuto immaginare che la persona collocata al vertice della piramide del servizio pubblico si mettesse ad attaccare la sua azienda? La frase in questione pronunciata giorni fa alla festa del Foglio suonava più o meno come un masochistico moto di gioia per la fuga dalla Rai dei cervelli della fu Terza rete, quella nata nel 1979 del secolo scorso come canale del decentramento regionale e dal 1987 -con la direzione di angelo Guglielmi- il principale riferimento delle culture italiane. E sì, Rossi, cavarsela con i soliti epiteti (TeleKabul, eccessi ideologici) è davvero patetico, oltre che grave. Cerchi su Rai Teche.
Tra l’altro, avrà letto i dati dell’ascolto, anche nella versione total audience: a maggio aumentano La7 e Mediaset, mentre l’ex monopolio perde il 4,2% nell’intera giornata e l’8,3% nel prime time. E non è un dato inedito: la Rai sta perdendo via via l’antica centralità e nell’età delle piattaforme diventa persino difficile definire cosa siano i media di servizio pubblico, come li chiama l’inapplicato articolo 5 dell’European Media Freedom Act (Emfa).














