L'intelligenza artificiale è già un debito tecnologico per le PMI italiane

Roma, 9 giu. – L’intelligenza artificiale sta ridisegnando il mercato del lavoro a una velocità senza precedenti, ma il rischio è quello di andare verso un impoverimento occupazionale e generazionale difficile da recuperare. Secondo l’ultimo Randstad Workmonitor, infatti, il 77% delle aziende italiane prevede che l’AI farà sparire metà delle posizioni entry-level nei prossimi cinque anni : uno scenario che riguarda sia l’efficienza operativa che il modo in cui interi settori formeranno (o non formeranno) i talenti del futuro.

“Mentre le grandi aziende accelerano verso efficientamenti miliardari tagliando la base operativa, il tessuto produttivo italiano si trova a un bivio. Le PMI rappresentano il 99% delle imprese del Paese, contribuiscono in modo determinante al PIL nazionale e offrono occupazione a oltre 14 milioni di lavoratori , eppure, sono proprio loro a rischiare di pagare il prezzo più alto di un’automazione mal governata”, spiega Carlotta Silvestrini, fondatrice e Co-CEO di Mudra, l’advisory company italiana specializzata nella valorizzazione degli asset intangibili. “Spaventate dal rimanere escluse dalla trasformazione digitale, molte adottano l’AI senza una strategia, inseguendo la promessa della ‘bacchetta magica’ per abbattere i costi nel breve periodo. L’intelligenza artificiale senza governance diventa così un debito tecnico, culturale e organizzativo: per ogni PMI che automatizza senza una visione di lungo periodo, il costo nascosto cresce in silenzio, fino a diventare un freno alla competitività anziché una leva di crescita. Il vero valore dell’AI per una PMI non risiede nella sostituzione delle persone per risparmiare oggi, ma nella capacità di governare lo strumento per amplificare le competenze umane e blindare la competitività nel tempo”.